Carlo Lorenzini (Collodi).
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I misteri di Firenze.
Introduzione e note.
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2010. Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini. PISTOIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, alias Collodi (Firenze, 1826 1890),  il giusto riconoscimento dell'importante ruolo di questo scrittore nella storia della letteratura. 
Il capolavoro Le avventure di Pinocchio, la cui essenza satirica e liberatoria lo rende uno dei pi originali classici della letteratura per grandi e piccoli,  ovunque celebre. Senza di esso non sarebbe possibile comprendere n una ricca tradizione della letteratura italiana per l'infanzia (ma anche internazionale), n le ragioni di certe scritture novecentesche, da Cesare Zavattini a Giovannino Guareschi, incluso il raffinato umorismo di Alberto Savinio, che a lungo pens non a caso ad un commento a Pinocchio. L'intelligente e complesso gioco dell'umorismo e la capacit di captare i sentimenti profondi dell'essere umano, ma anche la straordinaria felicit e compiutezza formale dello stile, fatto di ritmi vivaci e di una lingua chiara, moderna nella sua essenzialit, ricca di registri e aperture lessicali, fa di Lorenzini-Collodi il fine incisore dell'italiano contemporaneo e un vero e proprio ambasciatore della lingua italiana nel mondo.
Lorenzini spicc nella vita e nella letteratura dell'Ottocento per l'ampiezza e la molteplicit dei suoi orizzonti culturali, per la vitalit e il valore dei suoi libri. Protagonista del Risorgimento, sia combattendo volontario nelle due prime guerre d'indipendenza, sia animando giornali come il Lampione, Lo Scaramuccia o La Nazione, Lorenzini- Collodi fu un fautore della modernit e del progresso della nazione. Viaggiatore instancabile per l'Italia allo scopo di tenere contatti utili alla causa risorgimentale, divenne ben presto anche il maestro del giornalismo comico-umoristico, di cui dette prova nel Fanfulla. Con memorabili resoconti satirici dell'attivit parlamentare e le cronache burlesche della vita italiana, ne mise alla berlina arretratezze ed oscuri giochi d'interesse. Attenzione alla societ, passione letteraria e politica, si trovano anche nei romanzi e nelle prose destinate agli adulti: dai Misteri di Firenze (1857) a Macchiette (1880), dai Ragazzi grandi (1873) a Occhi e nasi (1881). Partecipando al dibattito sul romanzo stimolato da Manzoni, e con un occhio alla coeva letteratura internazionale, Lorenzini mir sempre alla ricerca di un originale realismo in grado di evitare sia i residui del tardo Romanticismo sia, pi avanti, certa idolatria del reale propria del Naturalismo. Umorismo, comico, grottesco, assurdo, connotano cos vicende e protagonisti di quelle opere, satire dei miopi orizzonti culturali e socio-politici della Toscanina e dell'Italia dell'epoca, di cui si condannavano l'arretratezza, il parassitismo dell'aristocrazia, l'immobilismo contadino e lo scarso sviluppo di una moderna, dinamica, borghesia capitalistica. Autore versatile, Lorenzini contribu pure alla rinascita del nostro teatro a cui si dedic per oltre un ventennio con fortune alterne: lo am il pubblico, gli fu ostile la critica, disorientata dallo sguardo disincantato, se non spietato, sulla societ italiana. Quella critica non ignorava la vasta e pionieristica attivit critica di Lorenzini nel campo del teatro di prosa, n la sua competenza di interprete letterario, fra i primi a notare l'esordio di Giosu Carducci ad esempio; o di penetrante critico d'arte e musicale. Lorenzini-Collodi fu anche il primo a cogliere l'importanza dei Macchiaioli e a sostenerne la battaglia di svecchiamento delle istituzioni e delle forme artistiche, cosicch la sua produzione critica rappresenta anche un prezioso contributo documentario alla storia dell'arte ottocentesca. Infine, con i vari Giannettino (1877), Minuzzolo (1878) ecc., in cui sono saldati inserti narrativi e nozioni, Collodi rivoluzion non solo la manualistica destinata alle scuole elementari ma anche la seriosa pedagogia del tempo.
 tutto questo a fare di Carlo Lorenzini-Collodi uno scrittore straordinario; e il suo capolavoro Le avventure di Pinocchio  tale proprio perch assomma in s anche l'esperienza artistica, intellettuale ed umana di tutta una vita, e di grande profondit.
L'Edizione Nazionale delle Opere di Lorenzini, condotta con solidi criteri storico-filologici, metter pertanto a disposizione degli studiosi e dei lettori appassionati un materiale tanto vasto quanto ricco di prospettive nuove, di scoperte, di preziosi suggerimenti per la nostra cultura. I quattordici volumi previsti raccoglieranno, oltre all'immancabile Pinocchio, i romanzi e altri testi narrativi per gli adulti, i numerosi e vari articoli giornalistici, i manuali scolastici e le altre opere di amena lettura destinate all'infanzia, il teatro, nonch una biografia dell'autore, le lettere, la bibliografia e gli indici.
Questa ampia opera di studio e divulgazione  stata promossa dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, a coronamento di una cinquantennale attivit di ricerca e promozione culturale, con la partecipazione e il contributo intellettuale degli studiosi che ne fanno parte. Al Ministero per i Beni e le Attivit Culturali va il merito di aver accolto la proposta della Fondazione con grande sensibilit, istituendo l'Edizione Nazionale, concretamente sostenuta dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, dal Ministero per i Beni e le Attivit Culturali e dalla Regione Toscana che la patrocina, e dando cos prestigioso riconoscimento ad un autore mondiale dalle salde radici toscane.
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DANIELA MARCHESCHI.
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INTRODUZIONE. di ROBERTO RANDACCIO.
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Pochi giorni dopo l'uscita del primo fascicolo dei Misteri di Firenze di Carlo Lorenzini, il 18 ottobre del 1857, fu pubblicato sul Messaggere di Parigi(1), nella rubrica Corriere di Firenze, un articolo firmato A.D. A.D.., da attribuire ad Alessandro Ademollo, dove si lodava l'iniziativa editoriale:
Per ora sto a Firenze, e comincio a prender interesse per la troppo pacifica citt, dacch il signor Carlo Lorenzini ha scoperto che anche essa ha i suoi Misteri, e si  posto all'impresa di svelarli al mondo. Dunque, questo Sue fiorentino ha cominciato la pubblicazione dei Misteri di Firenze, che io voglio sperare saranno proprio una delle sue, vale a dire qualcosa di buono(2).
Qualcosa di buono auspicava Ademollo, perch sapeva con chi aveva a che fare: se Carlo Lorenzini s'impegnava a svelare al mondo i misteri della propria citt, si poteva star sicuri che avrebbe dato alla luce un prodotto letterario divertente e irriverente, capace di fare lo sgambetto al romanzo sociale. Uno scrittore spiritoso come Lorenzini, trentenne, considerato da molti una delle penne pi argute della capitale toscana, fondatore e direttore di giornali d'arte e fogli umoristici, non poteva non cogliere la palla al balzo per raccontare a modo suo i segreti di una citt fin troppo tranquilla, quale era Firenze alla vigilia dell'Unit d'Italia. Quali potevano essere le sue intenzioni: svelare i misteri di una citt senza misteri? Forse. Descrivere Firenze come una metropoli cupa, cinica, angosciante e labirintica? Improbabile. Piuttosto stravolgere, smontare, dissacrare il nuovo genere letterario che allora furoreggiava in Europa, e da poco tempo stava prendendo piede anche in Italia. Lorenzini era l'unico che poteva avere il coraggio di minare nelle fondamenta un monumento letterario come I misteri di Parigi di Eugne Sue. Ed  proprio nel gioco di parole onomastico di Ademollo che si cela la chiave interpretativa dell'operazione deflagrante di Lorenzini, questo Sue fiorentino pronto a farne una delle sue!
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UNA VOCAZIONE PERDUTA.
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La mia vocazione mi ha chiamato fin da piccolo al Romanzo Sociale. Pi volte ho tentato riempire questa lacuna della italiana letteratura, ma dopo lungo stillarmi il cervello, mi son dovuto convincere che Firenze non era terreno da romanzi; cos scriveva Lorenzini nel settimo capitolo del Romanzo in vapore. Una dichiarazione d'intenti di questo tipo avrebbe dovuto dissuadere lo scrittore dal tentativo di colmare questo vuoto, ma al contrario lo spinge a mettersi alla prova; non solo, ma da Lorenzini in poi, la lacuna sar colmata con un eccesso di materia letteraria, ridondante, frastornante, destinata spesso a traboccare.
Quando nell'ottobre 1857 Carlo Lorenzini pubblica I misteri di Firenze sono passati meno di dieci anni dalla prima traduzione italiana dei Misteri di Parigi di Eugne Sue (Capolago, Tipografia Elvetica, 1848) e una quindicina d'anni dall'edizione originale(3). La pubblicazione del romanzo di Sue mise in fermento il mondo editoriale: bisognava imitare immediatamente
il modello e, soprattutto, bisognava replicare il successo di vendite. Cos fu, infatti. In Francia e in tutta Europa era cominciata la moda dei Misteri, o come ha scritto bene Riccardo Reim, l'industria dei misteri(4). E l'Italia non poteva stare indietro; l'Italia che, per un certo verso, era stata antesignana del genere letterario, con il romanzo Ginevra o L'orfana della Nunziata scritto da Antonio Ranieri nel 1837. Ranieri pretendeva che gli fosse riconosciuto il merito d'aver dato l'abbrivio allo sviluppo di questo importante genere narrativo, al romanzo di denuncia e di biasimo di una societ corrotta e prevaricatrice. Nonostante le differenze tra il suo romanzo e il capolavoro di Eugne Sue siano enormi, resta il merito, nell'operazione letteraria di Ranieri, di aver evidenziato la necessit di una nuova vocazione espressiva da parte degli scrittori, e l'esigenza, da parte del pubblico, di un nuovo modo di comunicare. Infatti, una delle principali conseguenze di questa industria culturale fu quella di instaurare un preciso rapporto d'interscambio tra le masse dei lettori e chi produceva e diffondeva questo genere romanzesco(5); non dimentichiamo che la rivoluzione industriale si trova a coincidere con l'avvento del romanzo d'appendice: parallelismo a cui non  stato dato abbastanza valore(6). Il romanzo popolare d'appendice si diffonde rapidamente grazie all'incalzante industria editoriale dei primi decenni dell'Ottocento.
La Francia  il paese europeo in cui il fenomeno del romanzo d'appendice ha assunto le proporzioni pi vistose. Esso  intimamente collegato con l'affermazione dell'editoria capitalistica, che, fin dai primi decenni dell'Ottocento, port la stampa ad elevatissime tirature. Le condizioni di tale sviluppo furono favorite dall'introduzione della pubblicit e dalla pubblicazione dei feulletons(7).
Si tratta di un prodotto di consumo di massa recepito da tutte le classi sociali(8), maggiormente dal proletariato, che rimane affascinato dal messaggio sociale, dal senso di rivalsa e giustizia che riconosceva nelle gesta dell'Eroe: Il romanzo d'appendice sostituisce - e favorisce al tempo stesso - il fantasticare dell'uomo del popolo,  un vero sognare ad occhi aperti(9).
In Italia, dunque, si provvide subito a pareggiare le distanze. Gli editori, spinti da prospettive di guadagno, e dalla curiosit del pubblico per il nuovo genere narrativo, ricercavano scrittori atti a produrre feuilletons che raccontassero i misteri nostrani. Ecco dunque che, in Italia, la Toscana s'impose in questa originale produzione. Certamente la nuova moda romanzesca risult favorita, nella pacifica Toscana, da un clima politico e culturale se non proprio aperto e disponibile, comunque meno oppressivo rispetto agli altri stati italiani, che vedevano con preoccupazione l'avanzata di idee sociali (per non dire socialiste), che avevano trovato una importante cassa di risonanza nell'opera di Sue e dei suoi epigoni. Il tema dei Misteri e il cosiddetto romanzo sociale erano troppo scandalosi e anticonformisti per poter superare le forche caudine della censura delle autorit di governo degli stati italiani. Dunque, solo la Toscana poteva tollerare, pur criticandola, la nascita e lo sviluppo di questo genere romanzesco(10). Pertanto, in un rapido susseguirsi verranno stampati: I misteri di Livorno. Romanzo originale scritto da
Cesare Monteverde (Volterra, Tip. Sborgi, 1853-54)(11), seguito dai Misteri di Firenze. Scene moderne di Angiolo Panzani (Firenze, Tip. Mariani, 1854), quindi il nostro Lorenzini con I misteri di Firenze. Scene sociali
(Firenze, Tip. Fioretti, 1857)(12). Si deve fare, poi, un salto di quasi vent'anni per ritrovare un altro libro toscano di misteri, quelli di Antiodo Agnolucci, Pietro Leopoldo o i misteri dei conventi in Toscana. Racconto storico (Firenze, Tip. Romei, 1877); quindi, ancora, I misteri di Firenze. Narrazione storica, scritti da Egisto Maccanti (Firenze, Salani, 1884) e, infine, il libro di Lorenzo Antonini, Margherita d'Orlans ovvero i misteri di Palazzo Pitti. Racconto storico (Firenze, Salani, 1885)(13).
Proprio in Toscana, per, qualche anno prima dell'uscita di questi romanzi, furono pubblicati due interessanti testi che possono annoverarsi, anch'essi, tra i precursori del genere, come ha osservato Riccardo Reim.
Il primo, di scarsa qualit letteraria e pertanto destinato a immediato oblio, fu il romanzo I fiori sempiterni e il cholra, scritto da Pio Bandiera e pubblicato a puntate (tra il 1848 e il 1849) sul giornale fiorentino Il Lampione. Sappiamo che uno dei fondatori e principali redattori, nel 1848, del Lampione, era stato proprio Carlo Lorenzini. In sostanza questo romanzetto, che faceva da apripista ai misteri toscani, nasceva sotto l'ala protettrice e, chiss, ispiratrice, del Nostro.  importante notare che, sempre sul Lampione e sempre in quel fatidico 1848, compariva anche una rubrica d'indagine politica dall'esplicito titolo I misteri di Firenze. Quindi la famosa vocazione giovanile di Lorenzini, in fondo, aveva una precisa data e un preciso luogo di incubazione: la redazione del giornale fiorentino. Il secondo romanzo, ben pi valido, s'intitola Beppe Arpia (Firenze, Ducci, 1851), scritto da Paolo Emiliani-Giudici. Il racconto, tratto da uno scandaloso episodio di cronaca fiorentina,  incentrato sull'equivoca figura di uno spregevole usuraio, e possiede tutte le caratteristiche di un vero e proprio romanzo sociale. Nelle pagine introduttive, scritte con una verve umoristica molto vicina a quella del Collodi, Emiliani-Giudici (il quale, non dimentichiamo, era un valente storico, critico letterario, docente di Eloquenza Italiana all'Universit di Pisa)(14), d conto delle contrastanti opinioni e dei dibattiti suscitati dal nuovo genere letterario. Lo scrittore suppone che il proprio manoscritto, per volont del suo editore, venga dato in lettura ad un gruppo variegato di persone (tra le quali: un Accademico, un Poeta, un Critico, un Anglomano, un Gallomano, ecc.). Terminata la lettura, i lettori-cavia intavoleranno una discussione, da cui verr fuori che il romanzo, pur giudicato positivamente (non c' poi tanto male; si fa leggere; si pu anche andare sino alla fine senza dormire), manca di qualcosa:
Guardate: ci mancano: l'energico colorito di Vittor Hugo, i colpi di scena di Dumas, l'analisi delle passioni di Balzac, la pittura delle grisettes di Paolo de Kock, la poesia intima di Giorgio Sand; non ci sono n prigioni buie, n sotterranei, n guigliottine, n assassini, n briganti, n galeotti, n carnefici: in somma non c' nulla che faccia rizzare i capelli, e quando il romanzo non mette in convulsione i nervi e non commuove perfino i peli del corpo, secondo me, non vale un fico.
 il Gallomano a parlare(15), ma con cognizione di causa, dato che conosce bene tutti gli stereotipi narrativi occorrenti per fare un buon romanzo popolare francese. Stereotipi che Emiliani-Giudici non esiter ad utilizzare, facendo buon viso alla moda d'oltralpe. Il dibattito, dunque, era aperto e vivace. Nella primavera del 1854, il giornale Lo Scaramuccia, diretto da Carlo Lorenzini, pubblicava in sei puntate (dal 28 aprile al 19 maggio) le Lettere sulla moderna letteratura romanzesca redatte da quel Salvatore Viale che, oggi dimenticato, era un esponente di spicco della letteratura e dell'italianismo corsi e, in quanto tale, in relazione d'amicizia con personalit della cultura italiana, e con sede "toscana" in particolare: dal Tommaseo, che ne era speciale ammiratore, al Botta; dal Lambruschini al Niccolini(16). La disputa innescata da questa pubblicazione fu subito infuocata, perch Viale condannava le scelte empie di tutti quegli autori che disseminavano le pagine dei loro romanzi di narrazioni atroci e descrizioni di tutto ci che v'ha in natura di pi tetro e nefando, rappresentando personaggi abbietti, delinquenti e altre bassezze umane. Le Lettere sulla moderna letteratura romanzesca suscitarono forti reazioni polemiche, tanto che il 26 maggio 1854 Scaramuccia (ovvero Carlo Lorenzini con uno dei suoi vari pseudonimi) dovette levarsi con decisione in loro difesa(17).
Questo, dunque, lo sfondo su cui si stagliavano I misteri di Firenze, tra ribollenti polemiche letterarie e un'impaziente industria editoriale pronta a sfruttare la moda e ad accaparrarsi il mercato.
Ogni romanzo ha i suoi artifizi!
Nel 1842 un originale scrittore, economista e politico francese, Louis Marie Roch Reybaud, diede alle stampe un curioso libro dal titolo Jrme Paturot  la recherche d'une position sociale, una satira sociale che ebbe un grande successo e fu ristampata in numerose edizioni (ebbe perfino l'onore di essere illustrata da Grandville). Fra le tante professioni che il buon Paturot sperimenta, c' anche quella del feuilletoniste, e Reybaud ha cos l'occasione per esporre una sua ricetta per scrivere, appunto, feuilletons:
Vous prenez, monsieur, par exemple, une jeune femme malheuereuse et perscute. Vous lui adjoignez un tyran sanguinaire et brutal, un page sensible et vertueux, un confident sournois et perfide. Quand vous tenez en main tous ces personnages, vous les mlez ensemble, vivamente, en six, huit, dix feuilletons, et vous servez chaud(18).
('Prendete, signore, per esempio, una giovane donna infelice e perseguitata. Mettetele vicino un tiranno sanguinario e brutale, un paggio sensibile e virtuoso, un confidente ipocrita e perfido. Quando avrete in mano tutti questi personaggi, mescolateli insieme, vivacemente.
La ricetta descritta in Jerome Paturot  emblematica per chi conosce l'opera di Carlo Lorenzini: anticipa di pi di dieci anni quella che il Nostro mette in bocca al "professor" Pagliano nel capitolo XIX del Romanzo in vapore. Tra le due ricette ci sono punti di contatto, anche se quella di Lorenzini  tutta giocata sulla messinscena e sulla diegesi del romanzo d'appendice, mentre quella di Reybaud evidenzia solo personaggi e ruoli stereotipati. Tra i due scrittori, lontani tra loro per interessi culturali, lingua e costume, aleggia un identico spirito umoristico e dissacratore, che li spinge a smontare il meccanismo del romanzo d'appendice. Questa azione di smantellamento viene intrapresa, sorprendentemente, quando ancora il genere letterario era, almeno in Italia, in fase di edificazione e sviluppo. Lorenzini introduce la ricetta in Un romanzo in vapore proprio dopo aver compiuto l'ennesimo salto narrativo, e dopo aver lasciato il lettore in un'attesa curiosa, assecondando in tal modo una delle caratteristiche fondamentali della letteratura popolare, cio la suspense: l'arte  questa.  l'arte di farsi desiderare, di farsi aspettare, come ribadiva ancora Reybaud(19). Lorenzini, chiamando in causa il professor Pagliano e la sua originale ricetta, rassicurava il proprio lettore: tutto era sotto controllo, niente era lasciato al caso perch ogni romanzo ha le sue regole e i suoi artifizi. La formula del Pagliano  semplice e tutta centrata su quel fondamentale principio dell'attesa, del farsi desiderare:
Se domani, per esempio, vi accingete a scrivere un romanzo contemporaneo, novantanove per cento i vostri lettori cominceranno a sbadigliare al primo capitolo: al secondo avranno le cascaggini: al terzo dormiranno saporitamente il sonno della noia [...]. Il gran segreto del romanziere, sapete voi dove sta? Sta nel conoscere il modo di eccitare la curiosit, e nel sapere incatenare per un verso o per l'altro, i lettori alle pagine del libro, per poterseli quindi tirar dietro, come tanti schiavi, attaccati al carro della fantasia!!!(20).
In che modo eccitare la curiosit del pubblico? Molto semplicemente con una serie di colpi di scena e di continui ribaltamenti spazio-temporali,
in sei, otto, dieci feuilletons, e servite caldo). Questa stessa pagina era stata gi messa in evidenza da Angela Bianchini, Il romanzo d'appendice, Torino, ERI, 1969, p. 18. Si veda anche Il romanzo d'appendice, a cura di Giuseppe Zaccaria, cit., p. 54.
per non dar modo al lettore curioso di capire qualcosa e trarre conclusioni affrettate che farebbero inceppare il racconto, come spiega bene Pagliano:
Il lettore corre subito al Capitolo secondo, divorato dalla curiosit di conoscere chi abbia cacciato quel grido. Ma voi, non vi lasciate sedurre: e invece di dargliene la spiegazione, attaccate cos: per la maggiore intelligenza del fatto, che abbiamo preso a raccontare, fa mestieri tornare un passo indietro...
Concetto ribadito nei Misteri di Firenze al capitolo settimo: Per l'andamento regolare di questa storia [...] si rende indispensabile tornare qualche passo indietro (modo strano e curioso d'andare avanti, che dai gamberi, non si sa come,  passato adesso nei romanzieri moderni!)(21). Un meccanismo ben oliato e utilizzato spesso dai grandi romanzieri; uno schema esecutivo che Umberto Eco definiva ridondante e tipico della narrativa popolare(22). Oltre a questo effetto ridondante, la ricetta di Pagliano ha, tra i suoi ingredienti principali, uno dei pi replicati luoghi comuni della paraletteratura: la "notte buia e tempestosa". Era, infatti, con une soire pluvieuse et froide che si aprivano i Mystres de Paris; e con un'identica serata fredda e ventosa iniziano i Misteri di Firenze: un vento freddo e strapazzone, levatosi all'imbrunire, fischiava rabbiosamente per le vie di Firenze. Ecco pertanto definito il primissimo ingrediente della ricetta: Capitolo primo, (disse il Professore) E una serata d'inverno, fredda, buia, piovosa. (In fatto di romanzi,  sempre bene attenersi al tempo cattivo!).
Fin qui la parodia all'interno di un testo come il Romanzo in vapore, dove era ammesso ogni paradosso. Ma quando Lorenzini, nell'incipit del capitolo 13 dei Misteri, dichiara che il lettore non si meravigli se nel mio romanzo piove cos spesso: si rammenti che siamo d'inverno, e che l'inverno, a Firenze, non pecca mai di siccit, eppoi, che colpa c 'ho io se per l'appunto quella sera pioveva?, non fa altro che una acuta operazione metaletteraria, e mostra al lettore i meccanismi che articolano il romanzo popolare. Una tale palese intromissione dell'autore all'interno del proprio romanzo, dimostra subito come Lorenzini non si sarebbe mai adattato alle strutture sapientemente equilibrate del romanzo, per lo meno quelle che esso s'era dato nei suoi esemplari migliori nei decenni precedenti(23).
La vera ragione di questo disadattamento  da ricercare nel suo essere umorista, sempre. L'umorista, nella sua accezione etimologica  colui che indaga gli umori del corpo umano. Traslato dalla medicina, il termine indica coloro che indagano all'interno dell'uomo, sanno riconoscere ed evidenziare le sue patologie sociali, sanno scrutare il suo cuore e la sua psiche. Uno scavo interiore, appunto. Non  casuale il fatto che sia affidata al professor Pagliano l'esposizione della ricetta per scrivere romanzi: l'inventore del famoso sciroppo depurativo era sicuramente la persona pi qualificata per analizzare i visceri del romanzo e dei romanzieri(24). Lorenzini si arma cos di bisturi e si prepara a notomizzare davanti ai propri lettori il proprio romanzo, a metterne allo scoperto arterie pulsanti, nervi, tendini e organi vitali. E applicher questa tecnica a tutte le sue opere narrative, dai libri per adulti (Macchiette e Occhi e nasi), ai testi per i ragazzi (i vari Giannettino e Minuzzolo), fino a Pinocchio. E che le Avventure di Pinocchio nascano da questa ricetta originalissima, che capovolge, e molto
spesso stravolge le strutture romanzesche, si doveva gi intuire da quel celebre incipit del libro, che ribalta il popolare C'era una volta un re..., con un anomalo C'era una volta un pezzo di legno. In questa contraddizione e in questo paradosso letterario si  mossa l'intera opera di Collodi, tutta giocata su un umorismo antifrastico, ottenuto per contraddizione e parodia, in un'autentica "catena di smontaggio" degli schemi narrativi.
 chiaro, a questo punto, che un romanzo di Misteri che svela i propri misteriosi ingredienti compositivi non ha possibilit di esistere. E, infatti, lo ribadir lo stesso Lorenzini nella famosa digressione del capitolo ottavo (Seguito e digressione). Digressione che, pur nella sua paradossale ironia, conferma come lo scrittore fiorentino sia un acuto critico di se stesso, e, allo stesso tempo, si dimostri un notomista preciso e inesorabile del nuovo genere narrativo: pagine, afferma Romagnoli, che un'antologia della critica ottocentesca potrebbe non dimenticare(25).
Questo romanzo non s'ha da fare!
La tesi che Lorenzini sostiene  semplice e inappuntabile, ma, allo stesso tempo, paradossale: Firenze non ha misteri. E dunque un romanzo di misteri in una citt che non ne ha  del tutto improponibile!
Qui ogni casa ha il suo eco, e le pareti e i muri maestri, che dividono le stanze e i quartieri, sono di tela rada e bucherellata, come le scene da teatro. Cos la cronaca pubblica  informata di tutto e di tutti. Due terzi delle cose si sanno: l'altro terzo si tira ad indovinare, e, occorrendo, s'inventa. Oh! andatemi adesso a sostenere che anche Firenze ha i suoi misteri(26).
Firenze nel 1857 contava circa 150.000 abitanti, e non poteva certo essere messa a confronto con Parigi o Londra, dieci volte pi popolose. L'Italia non aveva delle vere e proprie metropoli paragonabili a quelle europee, e per quanto Milano gareggiasse contro Roma o Torino, solo Napoli poteva essere avvicinata al genere di citt tentacolare, labirintica e caotica: l'unica ad avere un proprio ventre, oscuro e sanguinolento(27). Firenze era per questo giudicata dal Lorenzini una casa grandissima, nella quale tutti gl'inquilini si conoscevano o di vista o di saluto o di nome [...]. In una citt come Firenze, dove tutti gli abitanti erano fra di loro o parenti, o amici, o nemici, o conoscenti, poteva fiorire liberamente ogni forma di letteratura, fuori che il romanzo contemporaneo fiorentino(28). La conseguenza di questo condominio urbano, di questa convivenza promiscua era quella di non poter proporre al lettore alcun romanzo di Misteri, poich il cittadino fiorentino, ad un certo punto della lettura, si sarebbe posto la fatidica domanda: come mai possono essere successe tutte queste cose, senza che io non ne abbia avuto il minimo cenno?. Questo dubbio avrebbe fatto perdere al romanzo popolare il prestigio del verosimile.
L'interlocutrice che dialoga con lo scrittore nella digressione (una graziosa donnetta sui trent'anni, che ha poco spirito e molti capelli), pone all'autore un'interessante domanda: se siete convinto dell'impossibilit di ambientare un simile romanzo a Firenze, perch vi  saltato in capo il grillo di mettere il titolo di Misteri, al vostro racconto?. Lorenzini si difende scaricando le responsabilit sul proprio editore, che credeva fermamente che questo titolo dovesse portar fortuna al lavoro. Siamo passati dalla provocazione metaletteraria ad una corretta analisi dell'industria editoriale dell'epoca, fatta da uno che di giornalismo e di editoria doveva intendersene. Abbiamo gi visto come la spinta esponenziale alla produzione di romanzi che imitavano l'opera di Eugne Sue, avesse portato ad una vera e propria superfetazione del prodotto editoriale.
Erano recentemente venuti alla luce i Misteri di Parigi del Sue, opera che aveva cattivato le simpatie di tutta Europa, e che in piccolo spazio di tempo ebbe l'onore di numerose ristampe e traduzioni. La smania di imitare le cose francesi, funesta
debolezza in Europa tutta e massime in Italia, fe' piovere Misteri da tutte le parti. Ogni paese, ogni borgata ebbe un Eugenio Sue, tanto che i Misteri vennero in parodia, giacch ci sono gli speculatori nelle lettere siccome nel commercio, e sono quelli che sacrificano alla loro cupidigia il gusto, la morale pubblica e la riputazione degli autori.
Queste parole di Francesco Mastriani, poste a introdurre i suoi Misteri di Napoli, rappresentano, soprattutto, una lucida analisi sulla speculazione commerciale in atto. Speculazione da cui ben presto dovette allontanarsi anche il Lorenzini che, pur partecipando come romanziere alla irrimediabile mediocrit lutulenta dei 'misteriosi' colleghi, dovette provare un salutare imbarazzo nel frequentare quella ingombrante compagnia(29). Dunque, per ribellarsi, doveva farne una delle sue. Lo stravolgimento del genere e la sottesa parodia sono gli unici modi che ha lo scrittore fiorentino per uscir fuori da questo vicolo cieco, trasgredendo le pi semplici norme del mercato editoriale, portando necessariamente al fallimento l'impresa e lasciando l'opera incompiuta al primo volume, che, secondo Paolo Lorenzini, nipote del Collodi, molto probabilmente non gli fu neanche pagato(30). Accade, pertanto, che Lorenzini, pur avendo la vocazione per scrivere un romanzo sociale, non abbia la costanza di eseguirlo secondo i canoni stabiliti dalla logica dell'industria libraria e, soprattutto, secondo le aspettative del pubblico.
Queste le ragioni del "fallimento" del romanzo; ma un'altra ragione pu essere ricercata nella sua stessa essenza di scrittore, nel DNA narrativo del Lorenzini. La scrittura di Collodi  concepita per tempi brevi. La sua esecuzione  rapida, precisa e tagliente. I tempi narrativi prolissi non erano fatti per la sua penna: Collodi [...], non sar mai uno scrittore incontinente; rapido s, come  dovere di ogni giornalista che si rispetti, ma abbondante, fluviale mai, e per umorista, almeno nelle intenzioni, sempre(31).  principalmente la sua esperienza giornalistica a caratterizzare il suo ritmo espressivo: il racconto, la novella, l'articolo, ma anche l'opera teatrale in due o al massimo tre atti, erano sicuramente la giusta misura espressiva, la sua arma vincente. Si aggiunga l'uso costante di aforismi, di assiomi, di frasi ad effetto, di giochi di parole e battute di spirito, che non faceva altro che rafforzare questa rapidit esecutiva. Collodi, pur essendo un dialoghista formidabile, non era fatto per i tempi lunghi (redazionali e diegetici), come quelli richiesti dal romanzo tradizionale dalla struttura complessa, articolata e molto spesso labirintica. Non erano i personaggi a preoccuparlo, al contrario, dato che era unfsiologista ammirabile; e non dovevano spaventarlo neanche le analisi psicologiche, sociologiche o morali... Ma il respiro del feuilleton non era il suo. Tutto ci Lorenzini lo aveva ben chiaro ed era stato tanto onesto dal dichiararlo: per fare un libro in giornata bastava avere sottomano un centinaio di foglietti sparsi qua e l, raccoglierli, numerarli e cucirli insieme con un filo di refe, e il libro  fatto.
Gli scapati e i birbanti.
Terminata la lettura del romanzo, la sensazione che rimane  quella dell'amaro in bocca. La scrittura di Lorenzini non  consolatoria: un forte pessimismo fa da collante a queste pagine. L'altro collante  l'umorismo, ma non  detto che debba essere, per questo, pi consolatorio, anzi! Ricordava Ugo Foscolo come Sterne affermasse che un sorriso poteva aggiungere un filo all'esile trama della vita; a noi sembra che l'umorismo nero dei Misteri di Firenze sia il vero filo di refe che lega questo libro, e anch'esso scaturisce da un sorriso, ma  un amaro sorriso. Come quello che chiude le pagine del romanzo; nella perenne "notte buia e tempestosa" che avvolge interamente l'umanit raccontata da Lorenzini, brilla, per ultimo, un sorriso disonesto, ambiguo e turpe.
Un sorriso amaro, dicevamo, lo stesso sofferto sorriso del giovane reduce del '48; Lorenzini  ritornato dai campi di battaglia risorgimentali sconfitto, deluso, arrabbiato e amaramente sarcastico. Giustamente Romagnoli osserva che il 1848 aveva vaccinato il futuro Collodi [...], e lo aveva reso refrattario a qualsiasi indulgenza per il regime Granducale e per altri patteggiamenti; egli mantenne una sua scontrosit di "reduce", una sua indipendenza verso ogni seduzione
pratica(32). I Misteri sono l'occasione per dare sfogo a questa scontrosit.
Renato Bertacchini individuava nel romanzo almeno tre segnali indicativi, tre paletti polemici di confine(33), che delimitano questo condominio urbano coatto: quello politico pre-risorgimentale delle cospirazioni e delle sette segrete; quello dell'infedelt coniugale e delle convivenze e connivenze clandestine ed infine quello del gioco d'azzardo, dei conseguenti fallimenti economici e degli strozzini con l'inevitabile appendice di estorsioni, debiti e cambiali(34).
Lorenzini, democratico ma non estremista, dimostra tutto il suo disaccordo in relazione alle combriccole e agli enti strani che stanno dietro alle cospirazioni sobillate dalle sette segrete(35). E il risolino di miscredenza con cui il personaggio di Agonia accompagna la spiegazione elementare del comunismo anarchico da parte del suo compagno Pipiona (nel capitolo quindicesimo),  senza dubbio lo stesso che increspava le labbra dello scrittore toscano.
L'altro punto, l'infedelt coniugale, era tema caro alla letteratura e alla drammaturgia ottocentesche, e dunque anche al Collodi, che infatti ne fa argomento quasi esclusivo di almeno due commedie e di quasi tutti i racconti di Macchiette. Qui, nei Misteri, dove il tradimento (politico, coniugale o degli amici)  la regola, fin dalle prime pagine  messa in evidenza questa corruzione diffusa nei mnages matrimoniali, corruzione che interessa tutte le classi sociali, indifferentemente. Pertanto, tra il Cavaliere di Santa-Fiora e Isolina Della Bruna, moglie del segretario Della Bruna, vi  una buona intelligenza palesissima, e di conseguenza Gastone Della Bruna riceve l'allusivo soprannome di Cornelio Tacito; la Contessa Floriani seduce il giovane Stanislao Teodori (e lo truffa clamorosamente, con la complicit del Conte Calami); la sventurata Giulia cede alle lusinghe del Marchesino Teodori per un semplice paio di stivaletti (e tradisce il suo fidanzato, l'onesto Braccio-di-ferro); il pittore Oliviero ha tradito la bellissima modella Rodope per una Milady inglese leggermente gobba; e, in conclusione, sar proprio il sorriso disonesto di Rodope a chiudere il romanzo, un attimo prima che la ragazza ceda alle turpi brame di sua Eccellenza.
Ultimo segnale polemico, ma non meno importante,  quello che riguarda il gioco d'azzardo e con esso il denaro che fa circolare, perch il denaro fa tutto, perch il denaro  la vera forza magnetica che collega i popoli fra loro [...] il genere umano  attaccato da un'epidemia universale - dalla febbre dei sbiti guadagni, come aveva gi stigmatizzato nel primo capitolo del Romanzo in vapore. C' molto Balzac in questa visione devastante dei soldi, nel giocatore d'azzardo che dilapida il proprio capitale; nel denaro che corrompe e deturpa ogni cosa, perfino gli affetti familiari; nel ricatto esistenziale attuato dagli speculatori e dagli strozzini(36).
Nessuno si salva nel libro, nessuno ne esce indenne; esclusa, probabilmente (siamo solo al primo volume e possiamo solo ipotizzare gli interrotti sviluppi futuri), la giovane Eugenia, ma solo perch il suo ruolo ricalca con evidenza il modello e i canoni imposti dal romanzo d'appendice: la fanciulla  un'ulteriore replica del personaggio di Fleur-de-Marie dei Misteri di Parigi, forse destinata ad un sacrificio, forse ad un amore salvifico. Anche il giovane Miloro potrebbe uscire indenne da questa storia, perch ha tutte le qualit prescritte dai luoghi comuni paraletterari: bellezza, intelligenza, coraggio, onest e soprattutto molti soldi (una specie di Montecristo "in-18", come potrebbe scrivere Lorenzini). Non c' spazio per altre speranze, o forse s. Lo scrittore sembra offrire un'opportunit di riscatto anche al Marchesino Stanislao. Questo incauto giovane, Lovelace da strapazzo, giocatore incapace e fallito, pieno di debiti, vittima di truffe, beffato ed ingannato, sembra destinato alla perdizione. Lorenzini sembra mostrare per lui un momento di indulgenza e ci fa intravedere una speranza: La verit per tutti: il Marchesino Teodori era uno scapato, ma non un tristo di cuore. A questa affermazione, a questo distinguo segue la divisione manichea tra scapati e birbanti:
Gli scapati e i birbanti, giudicati apparentemente, hanno fra loro moltissimi punti di contatto, e potrebbero quasi dirsi due ramificazioni identiche della medesima pianta: se non che differiscono essenzialmente in questo, che i primi fanno il male o per mancanza di riflessione, o per tristo suggerimento d'altri, o trascinati dalla corrente irresistibile di errori e di colpe antecedenti; mentre i secondi prostituiscono ogni dignit e ogni pi sacro dovere perch a ci gli porta la loro indole depravata, e quella cinica indifferenza, ingenita o acquisita che sia, con cui sogliono riguardare tanto le buone azioni che le malvagie. Gli scapati hanno un periodo; i birbanti hanno per s tutta la vita(37).
Grande verit! Lo scontroso pessimista Collodi, avulso da ogni seduzione pratica, divide il suo piccolo mondo in due categorie, dove si collocano coloro che al termine di una caduta morale saranno recuperabili, e quelli inappellabilmente condannati. Senza mezze misure. E l'indulgenza nei confronti di Stanislao Teodori  forse dovuta ad una certa somiglianza biografica con il giovane Lorenzini, che proprio negli anni in cui si svolge la vicenda del romanzo (fra il 1842 e il 1843), frequent il Seminario di Colle Val d'Elsa e, successivamente, il corso di retorica e filosofia presso le Scuole Pie:
[Stanislao Teodori] imprigionato di quattordici anni in uno di quei collegi dove s'insegnano Belle Lettere e Scienze, ma dove gli alunni per il solito, non imparano altro che a giuocare a palla, e andare a letto e a refettori a suono di campanella, il giovane Stanislao rientr nel mondo con la febbre addosso di rimettere il tempo perduto e di compensare largamente la noja e le durissime privazioni di sei anni di reclusorio.
Si aggiungano il vizio del gioco, che travolge il giovane Marchese insieme ad una altrettanto travolgente passione per il gentil sesso (e qualche altro stravizio), ed abbiamo completo il quadro delle possibili analogie. Lorenzini non poteva lasciare a se stesso questo giovane scapato, cos come, molti anni dopo, non abbandoner Pinocchio al suo destino(38). Il giovane Teodori subisce l'analoga parabola discendente del burattino: rifiutato il proprio padre, attratto solo dai bagliori esterni della vita, facilmente illuso, finir per subire la tragica beffa ordita dal Conte Calami e dalla sua complice Emilia Floriani, antesignani (in peggio) del Gatto e della Volpe. Ma il Marchesino non era, per l'appunto, un tristo di cuore e pertanto si pu ipotizzare una sua redenzione nel seguito della storia, nel volume a venire (che non venne mai).
Il Conte Calami appartiene sicuramente alla categoria dei birbanti, ma , allo stesso tempo, il personaggio principale di questo primo volume; un personaggio a tutto tondo, che cattura simpatie e odio. S'impone per una serie di qualit che in altri sarebbero apprezzabili e positive (eloquenza, cultura, forza fisica, eleganza e fascino), ma che in lui diventano la quintessenza del malvagio cinico e corrotto. Il Conte, nel suo piccolo,  un rappresentante del male assoluto, e si troverebbe sicuramente a suo agio in compagnia di alcuni dei pi grandi eroi negativi della letteratura ottocentesca(39). La Contessa Emilia Floriani  la sua controparte femminile, una lionessa, non bella ma abile seduttrice, che con il Calami condivide almeno la stessa depravata filosofia di vita: Siamo pure la gran canaglia!, ripetono in coro, con una risata satanica. Fumatrice, bevitrice, dalla parola svelta e pungente, la Contessa Emilia piaceva - e forse piaceva per la stessa ragione, per cui ai palati ottusi e corrotti piacciono le bevande spiritose, le salse piccanti, gli aromi acutissimi.
Nella categoria dei birbanti si trova anche il compromesso Cavaliere di Santa-Fiora, dal passato vergognoso:  lui il fantomatico Ruggiero Draconi ricercato da Miloro per compiere la sua vendetta. Arricchitosi in maniera oscura, riesce a dominare e corrompere l'ambigua societ aristocratica fiorentina grazie ai suoi banchetti fastosi e ad un largo dispendio di denaro. C', poi, la Sandrina, ufficialmente ricamatrice, ma nella realt ruffiana e tenutaria di un bordello camuffato, pronta a traviare la giovane Giulia (figlia di maestro Andrea, sincero patriota), pronta a servirsi di avanzi di galera per le sue tresche. E ci sono, appunto, i cattivi arnesi, che bazzicano le osterie e trafficano in loschi affari, raffigurati secondo modelli psicologici diffusi dai Misteri di
Parigi. Proprio nell'Osteria dell'Unione troviamo la massima concentrazione di stereotipi "alla Sue". Popolani, rivoluzionari, spie, donne equivoche si incontrano in questo spazio sociale, che dovrebbe essere l'imitazione di un tapis-frane parigino, ma non riesce ad essere altro che una nostrana osteria toscana, con tanto di oste melomane. I tipi umani hanno caratteristiche fisiche e fisionomiche cos marcate da risultare la parodia dei contrassegni, delle marcature indelebili, cicatrici, volti deformi, travestimenti orridi e terrificanti, tutti ripieghi si sa sfruttatissimi dai feuilletons(40). C' l'avvocato Bifronti, che in onore al proprio trasparente cognome, fa abilmente il doppio gioco con i patrioti cospiratori ed  capace di truffare, nel finto nome della causa rivoluzionaria, l'onesto patriota Maestro Andrea. C' infine sua Eccellenza, il vecchio tanto ricco e potente, quanto depravato, che discende in linea diretta dal pi celebre Jacques Ferrand del romanzo di Sue. Non si salva nessuno nei Misteri di Firenze [...], non c' posto per la speranza n trionfa il bene: viene dunque a cadere, a vanificarsi il messaggio consolatorio tanto caro al romanzo popolare(41). Una ragione in pi per decretare il fallimento del libro e la sua chiusura al primo volume.
L'officina dei Misteri.
Giustamente osservava Daniela Marcheschi che i misteri di Firenze sono un serbatoio per il futuro del Collodi, quanto a contenuti e alle formule umoristiche(42). Ma, a guardar bene, tutta l'opera di Collodi  una continua manipolazione e riproposizione di temi e motivi presenti in scritti precedenti e adattati al nuovo contesto narrativo(43). In fondo, Carlo Lorenzini ha scritto un unico libro. Le Avventure di Pinocchio sono soltanto l'apice di questa monumentale operazione narrativa. Tutto il materiale letterario presente nei suoi primi scritti si  riversato nelle opere successive come un magma sempre attivo. Lo spazio del romanzo, per, offre allo scrittore l'occasione di razionalizzare il materiale, di rifinirlo e di dargli una forma definitiva. Ecco che tutti gli scritti che convergono nei Misteri, una volta raffinati, si fondono con le nuove idee originali presenti nel romanzo, per dar vita a genuine creazioni immediatamente pronte per essere riprese e riproposte in un successivo spazio narrativo. In letteratura niente si distrugge, niente va sprecato. Abbiamo, ad esempio, l'episodio del giorno dell'udienza del quarto capitolo, che passa quasi integralmente in Macchiette, dove confluir anche, con identico titolo (Un paio di stivaletti), l'intero capitolo undicesimo, dopo un breve transito nella Gazzetta del Popolo (ottobre 1863) e nel Giornale Galante Illustrato
(luglio 1865)(44). Molte delle considerazioni su Firenze e i fiorentini, presenti nella celebre digressione del capitolo ottavo, giungeranno fino agli Ultimi fiorentini di Occhi e nasi. Infine ricordiamo uno degli esempi pi studiati di questa trasmigrazione letteraria, di questo riciclaggio autoreferenziale: il discorso spropositato dell'imbonitore Lesina sul Nano Misterioso (nel capitolo dodicesimo). Il brano, un piccolo capolavoro di comicit, che a sua volta era gi derivato dall'articolo Il saltimbanco e la sua eloquenza apparso su Lo Scaramuccia del 20 gennaio 1854, verr ripreso quasi integralmente in Pinocchio, al capitolo trentatreesimo, e ripetuto per bocca del Direttore del Circo(45). E sar proprio Pinocchio l'opera totale di Collodi, quella che accoglier l'intero materiale proveniente dagli scritti giornalistici, dalle guide umoristiche di viaggio, dai romanzi sociali interrotti, dalle tematiche fiabesche, dal repertorio teatrale, secondo quella caratteristica, propriamente collodiana, del genus mixtum, che bene aveva formulato Cusatelli(46).
Il senso per noi di questi Misteri di Firenze, scritti dal Collodi e non da altri, non  tanto sociologico quanto linguistico. Nella lingua, oltre che il senso,  il loro sapore e la loro novit(47). Cos Fernando Tempesti,
nella premessa alla prima edizione moderna dei Misteri-, e pi avanti parlava di lingua n unitaria n pura, anzi impurissima, ma vera. Vediamola questa lingua "impuramente" pura del Lorenzini. Ad una lettura attenta del testo saltano fuori almeno tre differenti registri linguistici. Il primo  quello della buona e vera scrittura fiorentina, non unitaria, fatta di termini come bracone, rovajo, dirizzone, pupillo, ecceomo, sofistico, drusiane, razzatore, scorgimenti, fuffigno e decine di altri, che per si decodificano facilmente affiancando nella ricerca il Vocabolario dell' uso toscano di Pietro Fanfani. Questo utilissimo vocabolario, pubblicato nel 1863, pochi anni dopo i Misteri, sembra scritto quasi per far da glossario al romanzo, tanto  corrispondente nelle definizioni dei termini, in particolare nelle accezioni traslate e figurate. Per non parlare delle numerose locuzioni e forme proverbiali riportate anch'esse con identica precisione: faceva il nesci, rimasta sulle secche di Barbera, che soffia nella pappa, chi l'ha da mangiare, la lavi, pagher a babbo morto, ecc.
Il secondo registro,  quello prettamente vernacolare appartenente principalmente al parlato popolare. Ma le ragioni erano dettate dalla necessit di rappresentare il popolo attraverso le espressioni linguistiche che gli appartenevano, per garantire ancora una volta il prestigio del verosimile, e forse, in parte, per replicare in maniera fiorentina alla parlata furbesca di cui erano ridondanti le pagine dei Misteri di Parigi. Abbiamo espressioni e modi popolari come la mi rinfacci, la mi pareva da morta, gua', icch, tu mi paj diventata, tu hai dimolta muffa, e altri. Carlo Lorenzini dunque, da toscano e da toscano nato e formatosi nella prima met dell'Ottocento, fa ricorso al vernacolo, nei suoi Misteri di Firenze e in altri suoi pochi testi, con un intento realistico e nello stesso tempo ironico e di satira di costume(48).
Il terzo registro fa larghissimo uso di termini stranieri, esotici o neologismi d'importazione: dejeuner, cambrick, ypercal, guanto-jouvin, groom, chaiselongue, tabouret, gentlemen-rider. Termini generalmente prelevati dal mondo della moda, dell'arredamento, dello sport e che quindi sono
posti a segnale di un ambiente agiato e proiettato verso l'"alta societ". Si aggiunga un costante rimando ad oggetti divenuti simboli del lusso, sottolineati dall'immediato marchionimo: pianoforti Pleyel ed Erard, prosciutto di Vestfalia e pasticcio di Strasburgo, vini pregiati come il Sillery o il Lafitte, gli orologi e le bomboniere di Donney e Bernard. A questi tre immediati registri che plasmano i personaggi e la loro lingua sociale, si aggiunge la scrittura brillante e "arrischiata" del Collodi, che prelude a quella futura che condurr a Pinocchio. Una scrittura fatta di una miscela di rimandi culti e di traslati onomastici, di assiomi fulminanti e di metafore illuminanti, di citazioni velate e classicismi volutamente marcati, messi in bocca ai personaggi con una disinvoltura espressiva che perfettamente amalgama insieme sottile umorismo e linguaggio puro.
L'officina linguistica e narrativa dei Misteri diviene l'officina di tutto Collodi; in questa piccola fabbrica di idee verranno preparati i modelli e gli stampi per tutta la successiva opera giornalistica, teatrale, narrativa e pedagogica. Lo stile  l'uomo, amava ripetere Lorenzini citando (e parafrasando) Buffon, e l'uomo Collodi, in quel 1857,  gi padrone di un suo stile, innovativo, autorevole e moderno.
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Roberto Randaccio.
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Note.
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1. Il Messaggere di Parigi, che si definiva giornale non politico, si pubblicava la domenica. Era diretto da A. L. Bruzzi, e la redazione si trovava presso l'Agenzia Verger al Faubourg Montmartre, n. 4. Era, in pratica, un ponte culturale tra l'Italia e la Francia (a voler essere pi precisi tra Parigi e Firenze), tra la cultura della capitale d'Europa e la capitale della cultura italiana di quella met dell'Ottocento. Devo questa indicazione all'instancabile opera di ricerca e alla generosit dell'amica Daniela Marcheschi.
2. L'articolo proseguiva: Un'altra volta vi parler dell'opera del nostro ex-giornalista, che io pure chiamerei spiritoso... se non avessi visto questo epiteto adoprato negli avvisi che annunziano l'opera sua. Gli amici degli uomini di spirito non sanno che farne di queste...  per ci che gli uomini di spirito dovrebbero preferire i nemici!. Alessandro Ademollo, fratello del noto pittore Carlo, era un grande amico di Lorenzini, insieme giovanissimi avevano collaborato nelle pagine della rivista L'Arte, giornale artistico, letterario e teatrale fondato a Firenze nel 1851.
3. La prima puntata dei Mystres de Paris apparve in appendice al Journal des Dbats il 19 giugno 1842 e la pubblicazione prosegu fino al 15 ottobre dell'anno successivo, per un totale di 147 puntate. Il romanzo, quindi, apparve in volume nel 1843 (Parigi, Gosselin) in 10 volumi; una seconda edizione, rivista e corretta dall'autore, fu stampata in quattro volumi nel 1844.
4. Si veda l'introduzione (L'industria dei misteri) al volume da lui stesso curato: L'Italia dei misteri. Storie di vita e malavita nei romanzi d'appendice, Roma, Editori Riuniti. 1989, pp. 9-20.
5. La paraletteratura viene individuata - dai suoi destinatori come dai suoi destinatari - come un campo di contraddizione di un altro campo individuato come letteratura [...]. La paraletteratura tende a regolarizzare i suoi ritmi di immissione nel mercato [...] e genera quindi attese ed abitudini nel suo pubblico. Questa regolarit segnava una committenza, un gruppo di produzione ed un circuito di distribuzione organizzato secondo le norme della produzione industriale (Michele Rak, Appunti, in AA.VV.,La paraletteratura, Napoli, Liguori, 1977, pp. 11-12).
6. Yves Olivier-Martin, Sociologia del romanzo popolare, ivi, p. 147.
7. Il romanzo d'appendice. Aspetti della narrativa popolare' nei secoli XIX e XX, a cura di Giuseppe Zaccaria, Torino, Paravia, 1977, p. 25.
8. L'importanza di questi testi e generi nel processo culturale  dato dal fatto che i loro esemplari raggiungono aree culturali, livelli sociali e masse di lettori impensabili per altri testi e generi ed imprevedibili all'inizio del mercato del libro. Questo tipo di diffusione retroagisce sul prodotto condizionando fortemente l'apparato che lo produce (Michele Rak, Appunti, cit., p. 14).
9. Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 1975, vol. II, p. 1013. Anche Marx ed Engels erano fortemente scettici sulle qualit dell'opera di Sue, che definivano un socialdemocratico da dopocena, e, nel loro celebre saggio La sacra famiglia (1845), tra i molti spunti polemici e satirici, utilizzavano la critica e l'analisi spietata dei Mystres de Paris per colpire i giovani hegeliani e certo riformismo piccolo borghese.
10. Critiche feroci vennero appunto dalla Toscana nei confronti dei romanzi di Eugne Sue; celebre quella di Giovan Battista Niccolini che, ribadendo il giudizio della Revue des Deux Mondes, che nel febbraio del 1844 aveva qualificato Sue come il Cristoforo Colombo dei bordelli, esprime il proprio ribrezzo per questo dispregio dell'arte e dell'ideale! da parte dello scrittore francese (Giovan Battista Niccolini, Opere, Firenze, Le Monnier, 1844, vol. I, p. XVI). Nel 1854 era stato pubblicato anonimo su L'Arte un articolo dal significativo titolo Non pi romanzi col titolo di Misteri (si veda Collodi giornalista e scrittore, a cura di Roberto Maini e Piero Scapecchi, Firenze, S.P.E.S., 1981, p. 34).
11. Nell'ordine cronologico editoriale dei misteri italiani, questo romanzo di Cesare Monteverde risulta al terzo posto, se consideriamo un tentativo abortito di Cesare de Sterlich che aveva scritto I misteri di Napoli (1847), interrotto dopo poche puntate, e I misteri d'Italia. Romanzo storico di Luigi Gualtieri (Bologna, Tip. Delle Muse, 1849).
12. Ancora una data importante di cui tener conto: il 1857, l'anno della pubblicazione dei Misteri di Lorenzini,  anche quello della scomparsa di Eugne Sue. La sua morte in esilio fece clamore, e i suoi funerali, ad Annecy, che videro la partecipazione di una folla immensa, rischiarono di trasformarsi in una manifestazione anticlericale che preoccup non poco le autorit.
13. Per un approfondimento sull'editoria toscana dei misteri rimandiamo a Enrico Ghidetti, Per una storia del romanzo popolare in Italia: i "misteri" di Toscana, in Il sogno della ragione. Dal raccontofantastico al romanzo popolare, Roma, Editori Riuniti, 1987, pp. 85-117.
14. Nell'Introduzione, dedicata a Tommaso Gherardi del Testa, giustificando l'ironia, affermer: E per lo storico, per diventare scrittore comico, altro non ha da fare che, senza mutar punto di veduta, smettere il serio carattere di giudice, ed assumere quello di brioso moralista.
15. Mentre l'Anglomano sente la mancanza di Scott, Dickens, Cooper e Irwing.
16. Daniela Marcheschi, Collodi ritrovato, Pisa, ETS, 1990, p. 53.
17. Ibidem.
18. Louis Marie Roch Reybaud, Jrme Paturot  la recherche d'une position sociale, Paris. Paulin, 1844 (4' d.), p. 69.
19. Ibidem.
20. Questa e le altre citazioni riportate sono tratte dal capitolo XIX di Un romanzo in vapore.
21. Giuseppe Rovani, un autore molto vicino a Carlo Lorenzini, con il quale aveva collaborato ai tempi dell'Italia Musicale, nel suo celebre romanzo Cento anni, pubblicato negli anni 1857-58, fa spesso uso di questa tecnica narrativa, giustificandosi spiritosamente con i suoi lettori: Davvero che, mettendoci nei panni dei lettori, ci par come di camminare colla benda agli occhi, tenuti a mano da gente maliziosa; ma possiamo assicurare, che  vicinissimo il momento che lor si toglier il fazzoletto, e vedranno chiarissimamente dove si trovano (Giuseppe Rovani, Cento anni, a cura di Silvana Tamiozzo Goldmann, Milano, Fabbri, 2001, vol. II, p. 762). Rovani, amante delle digressioni e nemicissimo delle descrizioni, nella realizzazione di questo romanzo si era ispirato all'altro grande libro di Eugne Sue, I misteri del popolo (1856).
22. In questo senso I misteri [di Parigi] non si apparenta a quelle opere narrative che definiremo a curva costante (i vari elementi dell'intreccio si addensano sino a provocare un massimo di tensione che la risoluzione interverr a spezzare), ma a quelli che definiremo a struttura sinusoidale: tensione, scioglimento, nuova tensione, nuovo scioglimento, e cos via (Umberto Eco, Il superuomo di massa, Milano, Bompiani, 1986, p. 55).
23. Sergio Romagnoli, La citt, il Collodi, i Misteri, in Manzoni e i suoi colleghi. Firenze, Sansoni, 1984, p. 311.
24. Le qualit depurative dello sciroppo Pagliano divennero anche oggetto di satira politica, come quella di Nievo: Si parlava di politica. Io diceva: la nostra patria  una donna ammalata che ha la tegna in testa, l'artritide, e il sangue bleu al braccio destro, che  monca del sinistro, e che ha finalmente un canchero nel ventre, e una gotta dolorosissima ai piedi. Ma in un paese occidentale fu scoperto due anni fa un sugo onnipotente che pu guarirla da tutti i suoi malanni. [...] E la Morosina mi domand di che Signora aveva parlato, e se il rimedio accennato non fosse per avventura, lo Sciroppo Pagliano (Ippolito Nievo, Antiafrodisiaco dell'amor platonico, a cura di Sergio Romagnoli, Napoli, Guida, 1983, p. 88).
25. Sergio Romagnoli, La citt, il Collodi, i Misteri, cit., p. 311.
26. Questa e le successive citazioni sono tratte dal capitolo ottavo dei Misteri di Firenze.
27. Quello stesso che Matilde Serao, nel 1884 (nel Ventre di Napoli, appunto), descriver con accenti polemici verso coloro che volevano "sventrare" Napoli per cercare di bonificarla (qualcosa di simile a quello che realmente fece il barone Haussmann, sventrando la Parigi raccontata da Eugne Sue per far posto ai larghi boulevards antisommossa). Napoli, come si  visto, fa da sfondo al primissimo (anche se fallimentare) romanzo di misteri, e ad una lunga serie di epigoni fino al pi celebre di tutti: I misteri di Napoli di Francesco Mastriani (1870).
28. Occhi e nasi (Gli ultimi fiorentini). Collodi esprime identici concetti, oltre che nella digressione in esame, anche nel settimo capitolo del Romanzo in vapore e, prima ancora, in un articolo intitolato Chi mi presta una cronaca?, apparso su Lo Scaramuccia del 14 marzo 1854.
29. Sergio Romagnoli, La citt, il Collodi, i Misteri, cit., p. 318.
30. Cfr. Collodi Nipote [Paolo Lorenzini], Collodi e Pinocchio, Firenze, Salani, 1981, p. 106.
31. Sergio Romagnoli, La citt, il Collodi, i Misteri, cit., p. 311.
32. Ibidem.
33. Renato Bertacchini, Il padre di Pinocchio. Vita e opere del Collodi, Milano, Camunia, 1993, pp. 69-70.
34. Ibidem.
35. Ma, come ha indicato Jean Tortel, la societ segreta gioca un ruolo capitale nel romanzo popolare (Il romanzo popolare, in AA.VV., La paraletteratura, cit., p. 85). E dunque, nel caso di Lorenzini, oltre alla volont di criticare questi strani enti politici, v'era anche la necessit di riportare la narrazione verso canoni ben precisi, previsti dalle regole della paraletteratura. Pensiamo ad un'opera come La Libia d'oro( 1864) di Giuseppe Rovani, tutta incentrata su una misteriosa organizzazione segreta ramificata in tutta Europa.
36. Categoria sociale disprezzata da tutti, oggetto di critiche e satire letterarie (si veda il Beppe Arpia di Emiliani-Giudici), lo strozzino trova, nel Conte Calami, il suo paradossale esaltatore: Credilo a me; il diavolo non  poi cos brutto, come lo dipingono. Lo strozzino, considerato sotto un certo punto di vista,  l'amico del povero.
37. Questa e la successiva citazione sono tratte dal capitolo sedicesimo del romanzo.
38. In definitiva, si ha l'impressione che Collodi, una volta che gli abbia fatto toccare il fondo della sua "scapataggine", voglia apprestarsi a condurre il suo Marchesino sulla buona strada. Come, ventitr anni dopo, far con Pinocchio, di cui siamo tentati di scorgere in questo Marchesino una sia pur molto vaga prefigurazione (Antonio De Lorenzi, Collodi con-senza misteri, Ravenna, Longo, 1991, p. 60).
39. Rimandiamo per un'affascinante disamina di questi personaggi a Piero Citati, Il male assoluto. Nel cuore del romanzo dell'Ottocento, Milano, Mondadori, 2000.
40. Renato Bertacchini, Il padre di Pinocchio, cit., p. 77.
41. Daniela Marcheschi, Collodi ritrovato, cit., p. 58.
42. Ivi, p. 66.
43. Si veda anche Lorella Anna Giuliani, L'officina di Carlo Lorenzini prima di Collodi, in Filologia antica e moderna, 23 (2002), pp. 77-86.
44. Si veda Carlo Collodi, Opere, a cura di Daniela Marcheschi, Milano, Mondadori (I Meridiani), 1995, p. 860, nota 88.
45. I due testi erano stati messi a confronto da Renato Bertacchini (Collodi narratore, Pisa, Nistri-Lischi, 1961, pp. 489-93) e da Fernando Tempesti (Collodiana, Firenze, Salani, 1988, pp. 97-99).
46. Giorgio Cusatelli, Supplemento d'indagine, in Interni e dintorni di Pinocchio, Atti del Convegno Folkloristi italiani del tempo di Collodi, Pescia, 20-22 settembre 1982, Montepulciano, Editori del Grifo, 1986, p. 3.
47. Fernando Tempesti, Premessa a Carlo Lorenzini, I misteri di Firenze, Firenze, Salani, 1988, p. 9.
48. Daniela Marcheschi, Collodi ritrovato, cit., p. 61.
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La presente edizione  stata condotta sul testo di I Misteri di Firenze / Scene sociali / di / Carlo Lorenzini / Edizione illustrata / volume primo / Firenze / Tipografia Fioretti / 1857 (pp. 287). Il libro  accompagnato da quattro illustrazioni eseguite da Leopoldo Cipriani, gi illustratore di Un romanzo in vapore. Il volume sar l'unico pubblicato dei due annunciati. Rimane aperto il problema della datazione. Infatti, il 9 giugno 1857, il giornale La Lente annunciava: Il nostro amico e brillante scrittore Carlo Lorenzini si propone di pubblicare in sei dispense di circa pagine 100 ciascuna, alcune scene sociali illustrate da incisioni in legno. Di seguito, secondo quanto riportato da Roberto Maini e Piero Scapecchi in Collodi giornalista e scrittore, furono pubblicati i seguenti fascicoli: il primo, nell'ottobre del 1857; il secondo, ai primi di febbraio del 1858; e il terzo, e ultimo, in aprile. L'uscita del primo fascicolo fu accolta favorevolmente: Il nostro spiritoso scrittore ha partorito... cio pubblicato il primo fascicolo dei suoi Misteri di Firenze. [...] Chi vuol vedere al dagherrotipo la societ fiorentina, chi vuol divertirsi con la lettura di molti aneddoti piacevoli, di molti fatti svariati, esposti con stile umoristico e piccante, si associ a questi Misteri e la sua aspettativa non rester delusa (Il Buongusto, 11 ottobre 1857). Mentre, poco dopo l'uscita dell'ultimo fascicolo del primo volume, il 10 aprile 1858, la Lanterna di Diogene anticipava la futura pubblicazione del secondo volume: E completato il primo volume dei Misteri di Firenze di Carlo Lorenzini, quanto prima si pubblicher il primo fascicolo del secondo volume (Collodi giornalista e scrittore, p. 33, scheda n. 25). Alla luce di queste informazioni si deduce che la data del frontespizio non  coeva, considerato che il primo volume poteva ritenersi completato solo alla fine di aprile del 1858. Il secondo volume non vedr mai le stampe e il romanzo
rester interrotto. Il libro non ebbe altre riedizioni, vivente il suo autore. Non si conoscono manoscritti del romanzo e non si  recuperata alcuna copia del testo nel formato in fascicolo.
Dopo la prima edizione del 1857, non si  riscontrata alcuna ristampa o riproposizione parziale del testo fino all'antologia di scritti collodiani curata, nel 1948, da Pietro Pancrazi (Tutto Collodi. Per i piccoli e per i grandi, cit., pp. 729-733), dove viene pubblicata una parziale riproduzione del capitolo VIII. Renato Bertacchini, nel suo saggio Collodi narratore (Pisa, Nistri-Lischi, 1961), alle pagine 489-493, ha riprodotto per intero l'episodio della "sproloquiante parlata" dell'imbonitore Lesina del capitolo XII, messa a confronto con quella analoga del Direttore del Circo in Pinocchio, capitolo XXXIII. Lo stesso episodio, e confronto,  stato riproposto da Fernando Tempesti in Collodiana (Firenze, Salani, 1988, alle pagine 97-99). Sempre per le cure di Tempesti, nel 1988 la casa editrice Salani di Firenze ha pubblicato la prima ristampa moderna del romanzo, con notevoli normalizzazioni nella punteggiatura e con la sostituzione dei segni diacritici dei dialoghi, nonch correzioni di palesi refusi e adattamenti tipografici del testo. La digressione del capitolo VIII  stata pubblicata per intero da Riccardo Reim nell'antologia da lui curata L'Italia dei misteri. Storie di vita e malavita nei romanzi d'appendice (Roma, Editori Riuniti, 1989, alle pagine 215-218). Identica riproposizione  stata fatta anche da Enrico Ghidetti all'interno dell'antologia da lui curata, Toscani dell'Ottocento. Narratori e prosatori (Firenze, Le Lettere, 1995, alle pagine 227-231).
Il primo importante studio sui Misteri di Firenze, la prima analisi competente e approfondita,  senza dubbio il saggio di Sergio Romagnoli, La citt, il Collodi, i Misteri, presentato in occasione del primo grande convegno internazionale collodiano (Pescia, 5-7 ottobre 1974), e successivamente raccolto in Manzoni e i suoi colleghi (Firenze, Sansoni, 1984, pp. 309-328). Negli stessi anni, Enrico Ghidetti aveva acutamente indagato il filone dei misteri di Toscana, analizzando anche il libro di Lorenzini (Per una storia del romanzo popolare in Italia: i misteri di Toscana, in Il sogno della ragione. Dal racconto fantastico al romanzo popolare, Roma, Editori Riuniti, 1987, pp. 85-113). Ugualmente importante  la Premessa di Fernando Tempesti alla prima riedizione moderna, che ha permesso agli
studiosi di accedere ad una fonte letteraria di difficile reperibilit. Se Bruno Brunetti ha analizzato il romanzo di Lorenzini (La scrittura umoristica di un romanzo impossibile: i Misteri di Firenze) nel volume Romanzo e forme letterarie di massa. Dai misteri alla fantascienza (Bari, Dedalo, 1989, pp. 71-96), non va dimenticato il brillante libretto di Antonio De Lorenzi: Collodi con!senza misteri (Ravenna, Longo, 1991), scritto con tono felice e con sincero affetto nei confronti dell'opera di Collodi. Ancora un saggio di Daniela Marcheschi, I misteri di Firenze (in Collodi ritrovato, cit., pp. 49-69), mentre espone le caratteristiche di lingua e di stile, approfondisce il momento storico, l'ambiente e il dibattito culturale fiorentino in cui si pone il libro di Lorenzini. Nella sua biografia di Collodi, Renato Bertacchini ha dedicato un lungo e approfondito capitolo ai Misteri di Firenze (Il padre di Pinocchio, Milano, Camunia, 1993, pp. 61-80). Si ricordi, quindi, il saggio di Francesco De Nicola, Collodi e Barrili scrittori di "Misteri", nel volume curato da Fernando Tempesti, Scrittura dell'uso al tempo del Collodi (cit., pp. 203-219). Jean Perrot, infine, ha indagato le relazioni intercorrenti tra l'opera di George Sand e quella di Collodi (Le Secret de Pinocchio. George Sand & Carlo Collodi, Clamecy, Editions In Press, 2003), mostrando in particolare i possibili nessi tra i Misteri di Firenze e alcuni romanzi di ambientazione "italiana" della scrittrice francese.
Per il testo della presente pubblicazione, ci si  attenuti, come si  detto, all'edizione Fioretti del 1857. Come per Un romanzo in vapore, si  rispettata la forma di molti termini che contraddistinguono lo stile e la scrittura di Lorenzini, ma che ricorrono anche nella letteratura del tempo: anderebbero, cornocopia, cresputi, doventano, doventare, gastig,
maladettissima, piangisteo, io promessi, prosuntuoso, rantulo, salvatico, volontieri, ecc. Allo stesso modo si  mantenuto l'uso del dittongo uo in forme verbali o sostantivi come ricuoprire, nuovit, intuonare, o del monottongo nel caso di core. Tipico della scrittura collodiana  l'uso di parole composte legate da lineetta, pertanto  stata mantenuta la grafia di termini come: senso-comune, sangue-freddo, tira-tira, verdolini-chiari, carta-pesta, semi-aperti, fior-di-virt, solo-a-sola, bigio-chiaro, mano-d'-opera, oste-vinajo, rompi-stivali, poco-di-buono, ecc.; ma  stata sostituita la lineetta con uno spazio bianco nel caso di due toponimi: Ponte-Vecchio > Ponte Vecchio -, Mercato-Nuovo > Mercato Nuovo. Alcuni di questi termini composti presentano una grafia oscillante: piano-forte/pianoforte, para-piglia/parapiglia, ecc. Un discorso analogo pu esser fatto per la grafia di qualche volta, che troviamo alternata alla forma qual-chevolta. Si  mantenuta la forma grafica della j presente in numerosi termini: ad inizio parola (jeri), nel mezzo (acciaio, cucchiajo, gioja, centinaio, quattrinaio, rovajo, corridoio, caldaia), o alla fine (profluvi, sussultori, lenocinj). Anche in questi casi  possibile riscontrare un uso alternato della medesima parola scritta con j o i. Si sono lasciate inalterate forme ora non pi ammesse, ma attestate all'epoca, quali: camminetto, candelliere, canocchiali, disotterrato, faccie, garetti, ginocchie, goccie, linguaccie, massimaccie, minaccie, quattordi-c'anni, sberleffe, scara-muccie, ecc. Si  conservato il termine ubi e con una sola b, che il Tempesti indicava come un hapax collodiano. Quanto ai termini stranieri, abbiamo mantenuto le oscillazioni delle differenti forme grafiche, come: valtz/valzer/valzer/walzer. Nei casi di alcuni nomi propri quali Boherave, Donizzetti, Listz (la cui forma corretta , rispettivamente, Boerhaave, Donizetti, Liszt), si  mantenuta la lezione dell'originale perch per tutto l'Ottocento si alternavano tutte e due le grafie. Solo il termine inglese gen-tlemen-rider  stato corretto in gentleman-rider ed  stato aggiunto l'accento mancante al termine francese puree > puree.
Si  mantenuta, infine, la forma disgressione (una disgressione), che si legge nel capitolo VII, perch attestata ancora in quei tempi, pur essendo un arcaismo, come segnalava il Tommaseo-Bellini. Mentre sono state riprodotte nella loro integrit le uniche due note a pi di pagina presenti nel capitolo XV, che figurano nell'originale, e sono, con tutta probabilit, di mano del Lorenzini.  stata mantenuta l'identica misura grafica della lineetta sia nei dialoghi che negli incisi.
 stato corretto un grave errore nella numerazione dei capitoli. Infatti, a partire dal capitolo VI, la numerazione risulta alterata nella sua successione, dato che il capitolo seguente era ugualmente segnato come VI, anzich VII, secondo quello che la logica vorrebbe. Pertanto la numerazione, che nell'originale proseguiva con tale sfasatura fino all'ultimo capitolo,  stata riportata alla corretta progressione. Questa anomalia tipografica era stata puntualmente segnalata da Enrico Ghidetti (Ghidetti, p. 105). Analoga correzione era stata attuata nell'edizione Salani, curata da Fernando Tempesti. Sono stati poi corretti quei casi di evidenti sviste come malacontenata > malcontenta", corno > come; biscipite
> bicipite; una falsa > una farsa-, ecc. Abbiamo ripristinato l'uso appropriato dell'apostrofo con gli articoli indeterminativi: un amazzone > un'amazzone; un anticipazione > un'anticipazione; un'uragano > un uragano, ecc. Si  inoltre corretto l'uso del termine abbreviato sig. invece di signor!signore: sette casi in tutto, e spesso all'interno di dialoghi. Si  anche corretta l'abbreviazione, presente nell'ultimo capitolo, S. E.
> Sua Eccellenza. Si  infine corretta l'ambigua forma grafica: ancra
> ncora (un'ncora bianca sulla spalla sinistra del domin).
Gli interventi sulla punteggiatura, attuati secondo quanto esposto nella premessa della presente Nota ai testi, riguardano evidenti ma sporadici casi: con risolino malizioso. - quel domin > con risolino malizioso. - Quel domin (cap. III); luned a quindici - C' altri? > luned a quindici. - C' altri? (cap. IV); Addio: - ripeterono gli altri > Addio! - ripeterono gli altri (cap. VIII); fra s - Pu star poco > fra s: - Pu star poco (cap. X), ecc.
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NOTE AL TESTO.
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1. Questa immagine ritorner identica in AP, VI: Per l'appunto era una nottataccia d'inferno. [...] un ventaccio freddo e strapazzone [...], faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna. Per quanto riguarda l'incipit del romanzo,
Lorenzini lo aveva gi stigmatizzato in RV, XIX, nella famosa Ricetta del professor Pagliano: In fatto di romanzi,  sempre bene attenersi al tempo cattivo. Di fatto, i Mystres de Paris di Eugne Sue iniziavano con una analoga serata piovosa: Le 13 dcembre 1838, par une soire pluvieuse et froide, un homme d'une taille athltique, vtu d'une mauvaise blouse. Sulla variabile inferno-inverno presente in AP si veda Tempesti 1988, pp. 92-94 e Castellani Pollidori, pp. 505-510; per un'ampia documentazione sulle nottate infernali!invernali nella letteratura italiana rimandiamo a Opere, AP, pp. 945-946, nota 60.

2. Il termine gaz si diffonde in Europa nel Settecento; in Italia verr scritto anche con la grafia gasse e infine gas. La parola fu creata dal medico fiammingo Jan Baptist Van Helmont (1579-1644), che la faceva derivare da caos, inteso come "materia informe". Lorenzini ne approfitta per dare una frecciata al cattivo funzionamento del servizio di illuminazione urbano a Firenze, dove il primo impianto a gas per l'illuminazione delle strade fu creato nel 1845.

3. L'immagine metaforica che identifica la desolata regione russa si consolida all'inizio del XIX secolo: Paese freddo. Mi par d'essere in Siberia; una casa che  una Siberia (Petrocchi).

4. Cibreo: pietanza che si fa mescolando interiori di pollo e uova: in senso traslato vale confusione di cose, pasticcio (Fanfani 1863). Qui, ovviamente, il senso  traslato; e con identico intento metaforico lo user Giuseppe Giusti nella
satira Gli umanitari (1840): Coll'idea d'essere Orfeo / Vuol mestare in un cibreo, vv. 7-8. Identico termine, ma con l'originale valenza culinaria, ritroviamo in AP, XIII, nell'episodio dell'osteria del Gambero Rosso. La Volpe per il suo pasto si far servire, tra le tante pietanze, un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa. Salta all'occhio un'analogia tra questa mangiata della Volpe e il pasto pantagruelico dello Squartatore (trad. italiana per Chourineur), dei Misteri di Parigi, il quale, seduto ad un tavolo dell'Osteria del Coniglio Bianco, gustandosi un arlecchino esclamer: Che pietanza, Dio signore, che pietanza! [...] C' da stare bene per tutti i gusti rigaglie di pollo, fritto, formaggio, teste di beccaccia, biscottini e insalata! (si cita dall'edizione italiana: Capolago, tip. Elvetica, 1848, tomo I, p. 34). L'arlequin/arlecchino era "un miscuglio di carne, pesce ed ogni sorta di avanzi". L'Artusi definisce il cibreo: un intingolo semplice, ma delicato e gentile, opportuno alle signore di stomaco svogliato e ai convalescenti (Artusi, ricetta n. 257).

5. Analoga metafora letteraria era stata utilizzata in RV, XI (si veda qui RV, nota 90); Lorenzini allude al personaggio del celebre romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi, L'assedio di Firenze (1836), divenuto proverbiale in quei tempi.

6. Santa-Fiora era cognome di nobili e antiche origini: risaliva alla seconda met del 1200 la Contea di Santa Fiora nel Grossetano. Il personaggio di Santa-Fiora ritorner in M, 1 rondoni e le mosche, dove assumer il nome di Commendatore di Santappiano; non  un caso che anche Sant'Appiano sia una localit toscana (nella Val d'Elsa).

7. Xavier Jouvin, guantaio di Grenoble, nel 1839 aveva introdotto la meccanizzazione del taglio nella fabbricazione dei guanti, rendendo cos il manufatto pi disponibile sul mercato grazie alla produzione di massa: in tal modo la sua ditta divenne una delle maison pi rilevanti in Europa.

8. Collodi ironizzer frequentemente sulla categoria degli impiegati, prima sotto il governo Granducale, poi sotto il Regno Sabaudo. Si tratta di una forma di autoironia dato che lui stesso era stato impiegato dello Stato. L'aneddotica sulle sue vicende impiegatizie e sui suoi atteggiamenti nei confronti della burocrazia e dei superiori  da tempo nota: ne danno informazione le memorie lasciateci da Ferdinando Martini e Guido Biagi (si veda Randaccio 2006, Fisiologia dell' impiegato, pp. 31-40).

9. Si registra qui una leggera punta di misoginia in Collodi, con un tono satirico che ricalca certi assiomi alla maniera di Balzac e presenti nella sua Phisiologie du mariage (1829).

10. Isolina, forma ipocoristica di Isola o di Isotta,  nome che vanta richiami letterari. Ricordiamo il melodramma Tebaldo e Isolina (1822), composto da Francesco Giuseppe Morlacchi (1784-1841) su libretto di Gaetano Rossi (1774-1855); e ancora il personaggio di una novella pisana Fioravante e la bella Isolina, raccolta anche da Italo Calvino nelle sue Fiabe italiane. Infine il racconto di Matilde Serao, La virt di Checchina (1883), dove Isolina, l'amica della protagonista, ha caratteristiche psicologiche e fisiche che richiamano da vicino la moglie di Gastone Della Bruna. La celebre matita Faber nasce per opera di un ebanista tedesco, Kaspar Faber, che nel 1761 realizza il primo modello; ma  nel 1840, grazie a Lothar Faber pronipote di
Kaspar, che il marchio divenne definitivo, e venne fabbricata la caratteristica matita esagonale di cui furono stabilite lunghezza, diametro e durezza della mina.

11. Il personaggio di Gastone Della Bruna servir da modello per un'identica macchietta presente in ON, intitolata L'amico del quieto vivere, dove si legge una allusione analoga sul nome Cornelio sinonimo di 'cornuto': Da scapolo aveva nome Tito Livio; ma poi si ammogli, e dopo due anni di matrimonio i suoi concittadini [...], gli cambiarono il nome di Tito Livio in quello di Cornelio Tacito, e cos fu accomodata ogni cosa. Sull'allusivit del nome Cornelio si veda Migliorini 1968, p. 308 e Randaccio 2006, Andar per minuscole, pp. 134-35.

12. Pico della Mirandola (1463-1494), umanista e filosofo toscano dalle proverbiali doti mnemoniche, tanto da far s che il suo nome divenisse una antonomasia (l'espressione  un Pico della Mirandola, indica una persona dotata di forte memoria). Antonio Magliabechi (1633-1714), erudito fiorentino, fu bibliofilo di grande fama. La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, di cui Magliabechi aveva creato il nucleo originale con il proprio lascito librario (28.000 volumi), era, un tempo, conosciuta come Magliabechiana.

13. Locuzione che riecheggia un verso del Giorno del Parini, gi usata in RV, VII (si veda qui RV, nota 57).

14. Il riferimento ironico  ovviamente al Macbeth di Shakespeare, dove Banco, o meglio il suo fantasma, perseguita negli incubi Macbeth, il suo assassino. La locuzione eulta era gi stata citata, con ironia nei confronti di Padre Cristoforo, dal Manzoni nei Promessi sposi (cap. IV): Predominato da una tale fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio gli comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a Macbeth. L'ombra di Banco  comunque divenuta una espressione usata per lo pi in tono scherzoso quando vogliamo alludere a qualcuno che ci tormenta, che ci secca, che diventa un'ossessione (Pittno, p. 211).

15. Gioachino Rossini, con le sue opere liriche, ha influenzato radicalmente la cultura ottocentesca italiana ma anche il linguaggio comune, che fa largo uso di nomi ed espressioni tratte dai libretti. Molti dei suoi personaggi, con la loro popolarit, hanno determinato la nascita di antonomasie e di locuzioni. Personaggi, modi di dire, luoghi comuni rossiniani ricorrono anche negli scritti di Collodi. Qui lo scrittore fa esplicito rimando al Barbiere di Siviglia (1816) e al personaggio di Don Bartolo, che nel finale, scoperta l'identit del Conte d'Almaviva, scacciato da Rosina e vista perduta la speranza della sua ricca dote, esclamer: Insomma io ho tutti i torti!.... Per un approfondimento sulla cultura rossiniana negli scritti di Collodi si veda Daniela Marcheschi, Carlo Collodi critico musicale. Gioachino Rossini e il Risorgimento, in Bollettino del Centro Rossiniano di Studi, XLVII (2007), pp. 5-27.

16. Fare come la vergognosa del Camposanto era divenuto un popolare modo di dire per indicare l'azione di una donna che finge pudicizia, ma, al contrario, risulta maliziosa. La ragione di tale locuzione  da ricercarsi in un bassorilevo del Camposanto di Pisa, che rappresentava la scena biblica di No ubriaco (Genesi 9, 18-27),
la cui nudit  a stento nascosta da un lenzuolo: la figura femminile della Vergognosa, l a fianco, tra le altre donne, si copriva gli occhi con una mano, ma guardava attraverso le dita socchiuse!

17. Il termine areoliti risulta forma ormai rara, ma si alternava nell'uso, in quel tempo, con aeroliti e aereoliti, si tratta di pietra caduta in terra da una regione ultra ammosferica (Petrocchi). Il Cavaliere di Santa-Fiora usa il termine dotto per burla. Il lancio di proclami clandestini dai palchi dei teatri durante il Risorgimento era abitudine abbastanza frequente; dopotutto il teatro era il grande luogo di incontro di differenti classi sociali, quindi una importante cassa di risonanza per la propaganda rivoluzionaria. Ricordiamo una analoga celebre scena nel film Senso (1954) di Luchino Visconti (1906-1976).

18. Gli uccelli di rapina erano quelli che assaltano e ghermiscono gli altri animali per cibarsene (Fanfani-Rigutini 1893). Si legge in AC: La ballerina, vedete,  un grazioso animaletto sfuggito all'analisi di Buffon; ma appartiene alla famiglia degli uccelli di rapina (Atto II, scena III).

19. La scena che segue ha il sapore di un pezzo d'opera buffa, dove tutti concorrono all'unisono finale. Il passaparola determina, attraverso le illazioni e le esagerazioni, una ridda di voci incontrollate che l'autore riferisce con compiaciuto, innegabile estro satirico, in crescendo rossiniano (Ghidetti, p. 106). Si tratta, anche, di una evidente satira contro il malcostume fiorentino della ciarla, dello sparlare senza cognizione di causa, pi volte stigmatizzato dallo scrittore.

20. Collodi ama colorire la propria scrittura umoristica con termini presi da differenti registri linguistici, per ottenere risultati spiazzanti che accentuano la carica comica; come in questo caso abdomine,estrapolato dalla terminologia medica, subordinata al latino. Il termine gilet, invece, risulta scritto in corsivo perch ancora non del tutto acquisito nella lingua d'uso, e visto ancora come un forestierismo (emendabile dai puristi).

21. La descrizione della fisonomia di Emilia Floriani  giocata tutta sulla somiglianza fisica (e caratteriale) con un uccello di rapina: guardatura grifagna e naso aquilino. Questa forma di antropomorfismo animale, questa tipizzazione fisiognomica ha derivazioni classiche (dallo Pseudo-Aristotele a Giovan Battista Della Porta), ma, in Collodi, raggiunger il culmine in AP, XVIII, con la completa proiezione della societ umana in forma animale, quando Pinocchio, tra le strade del paese di Acchiappa-citrulli, osserver passare tra la folla degli accattoni le carrozze signorili con dentro qualche uccellaccio di rapina. Il nome Emilia ritorna in RG: si tratta della moglie dell'affascinante Conte Mario. Mentre in ON, Autori e comici, il nome suona come una ironica autoparodia, quando il capocomico, manipolando la commedia del novello drammaturgo, afferma: Ci vuol poco. Si sopprime nella commedia una donna, e si mette invece un uomo. Guardi qui: invece di questa Emilia, facciamo un Emilio, e tutto  accomodato. Floriani  anche il cognome di un altro personaggio letterario, protagonista del romanzo di George Sand, Lucrezia Floriani (1853), una delle tante opere della scrittrice ambientate
in Italia e sicuramente ben note a Lorenzini (cfr. Perrot, pp. 32-33).

22. Abbiamo gi incontrato questo tipo umano, in RV, IV (si veda qui RV, nota 37). Il lion era il 'bellimbusto' che frequentava i salotti alla moda, ostentando eleganza e snobismo (e spesso una crassa ignoranza); ben presto divenuto oggetto di caricature e di fisiologie umoristiche. La Contessa Floriani ostenta identiche caratteristiche, al femminile, pertanto Lorenzini usa con ironia il raro neologismo lionessa.

23. Il cavallo bolso  un cavallo ammalato, che respira a fatica; il cavallo da carrettone  di solito un cavallo ormai vecchio. La metafora vuol mostrare, per contrasto, l'atteggiamento fisico prestante del Conte Calami (bel giovane sul tramonto), contro il fanciullone di vent'anni, malaticcio e un po' stupido, quale  il Marchesino. Il deonimico letterario Lovelace deriva da Richard Lovelace, personaggio di Clarissa (1748), romanzo epistolare di Samuel Richardson (1689-1761), divenuto per antonomasia sinonimo di 'seduttore' (cfr. Migliorini 1968, p. 189).

24. Zeffirino  un nome "trasparente" (si veda qui RV, nota 64). Il personaggio ha finti atteggiamenti innocenti, ma in realt controlla ogni cosa e nasconde segreti (in quella fisonoma c'era un po' di limbo e un po' di galera). La sua ambiguit  rivelata dunque dal nome: e siccome chi fa la spia si dice, nell'uso fam., che soffia; e anche quando si hanno vicine le spie, si dice, che tira vento, che vuol tirare vento-, perci il Fagioli chiam Zeffiri coloro che rifistiano ogni cosa (Tommaseo-Bellini, s.v. zeffiro). Il personaggio di Zeffirino si presenta fin da subito con queste doti anfibie (un fondo di comune nequizia e di furberia), e probabilmente era destinato ad avere un ruolo chiave nel futuro del romanzo. In RV, VII, invece, troviamo un altro Zeffirino, ma il suo nome non sottintende identica trasparenza, piuttosto sembrerebbe un'anima semplice, e l'allusivit del nome  tutta giocata sull'etimologia legata alla 'leggerezza', alla 'ariosit' dei sentimenti (e del cervello).

25. La spagnoletta era tabacco avvolto in un rotoletto di foglio, per fumare (Petrocchi). Questo termine, antesignano di sigaretta,  attestato in Italia proprio in quella prima met dell'Ottocento; il Fanfani  tra i primi a registrarlo: cos chiamasi anche un Cartoccio di tabacco da fumo, leggero e odoroso, che si fuma come il sigaro (Fanfani 1863). L'uso di queste primissime sigarette era stato trasmesso dagli spagnoli, da qui l'etimologia del termine. Si veda inoltre l'articolo La cometa e il padre Antonelli su La Nazione del 29 giugno 1860, in cui si legge: Il fattorino del tabaccaio, nel mentre che vi rinvoltala i cigaritos e le spagnolette, si crede in obbligo di emettere una interiezione all'indirizzo della Spagna (cfr. Opere, PS, p. 759).

26. Lorenzini aveva gi usato il nome Rothschild come traslato in RV, VI (si veda qui RV, nota 52), bench con una grafia sbagliata. Il personaggio letterario del Conte di Montecristo, protagonista dell'omonimo romanzo di Alexandre Dumas (1802-1870), pubblicato nel 1844-45, era anch'esso divenuto sinonimo di 'uomo ricchissimo'. Lo ritroviamo in M, L'amore sul tetto, pronunciato dalla romantica Virginia: Amami, o Paolo, e io rinunzio a tutti i tesori di Montecristo.

27. I fuochi del Bengala prendono il nome dalla regione dell'India dove venivano usati come segnalazione durante la caccia alla tigre nella giungla: nome com. di
fuochi d'allegrezza, variamente colorati, che accendonsi nella notte. Si fa di un miscuglio di salnitro e di zolfo, d'antimonio e di polvere di carbone combinate in certe dosi (Tommaseo-Bellini).

28. Il proverbio toscano recita cos: bisogna pelar la quaglia senza farla stridere (Giusti 1884, p. 32). Lorenzini ne altera leggermente la forma per accentuare il cinismo e l'ambiguit dei due uccelli di rapina, che adottano strategie da predatori, le stesse che, con minor perfidia, ritroveremo nella Volpe e nel Gatto. Ed infatti, poco dopo, gli occhi della Contessa brilleranno sinistramente come quelli di un gatto salvatico.

29. Ancora un proverbio: se c' la voce c' la noce, cio se c' rumore, diceria, c' anche qualcosa di vero, come in un sacco, in una cassa, se si sente rumore c' qualcosa (Lapucci, p. 1706, n. 1174).

30. La locuzione viene cos spiegata: si chiama il debito che fa con l'usurajo il figliuolo di famiglia, per pagarlo morto che sia il padre: cosa immorale e spietata se altra ce n'; e di qui le frasi Dare o Pigliare denari a babbo morto (Fanfani 1863).

31. La figura del patriarca biblico, antidiluviano, Matusalem/Matusalemme, che si riteneva fosse vissuto fino a 969 anni, aveva determinato la popolare locuzione campare quanto Matusalemme e il deonimico un matusalemme, per indicare una persona molto anziana, che ha vissuto a lungo. Qui interessa mostrare, ancora una volta, la presenza nella scrittura collodiana di nomi e luoghi biblici divenuti elementi inscindibili dal parlato popolare (cfr. Beccaria, p. 65).

32. Il termine francese paletot  trascritto con la grafia originale, mentre stava gi attestandosi in quegli anni la variante palt (ma anche palet, palton e paltonne). Lorenzini, come abbiamo gi avuto modo di osservare, fa largo uso di forestierismi, a volte segnalandone con il corsivo la qualit di neologismi, altre, come in questo caso, senza alcuna distinzione, come si trattasse di un termine ormai penetrato nel linguaggio comune. D'altronde non dobbiamo dimenticare che proprio Carlo Lorenzini fu nominato membro straordinario della Giunta istituita dal ministro Emilio Broglio per la compilazione del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze (1870-97), affidato alla supervisione di Giovanni Battista Giorgini. Fra le carte della Nazionale (segnatura: N. A. 754. Cass. 2 ins. 5), ci resta una busta di 82 foglietti autografi che sono gli appunti per il vocabolario [...]. In complesso si capisce che gli si chiedeva soprattutto di risolvere in toscano milanesismi e francesismi gi entrati o pronti a entrare ampiamente nell'uso (Tempesti 1980, pp. 47-48).

33. Il famiglio era colui che serviva in una famiglia, quindi "servo", "domestico" e, per estensione, "ausiliare" (ma anche "usciere"); in questo caso vale per "birro", "guardia armata".
34 Rifinito, cio stanco molto, ridotto in mal termine.  Rovinato nelle sostanze, ridotto in povero stato, e anche in cattiva salute, estenuato, spossato (Fanfani 1863). Ritroviamo il termine in AP, VI, quando il burattino Torn a casa bagnato come un pulcino e rifinito da stanchezza e dalla fame.

35. La canzone di Marbruck era un noto motivo popolare ispirato alla figura del
condottiero inglese John Churchill duca di Marlborough (1650-1722), e probabilmente composto dopo la battaglia di Malplaquet (1709). La canzone si diffuse presto in tutta Europa, con leggere varianti nel testo; in particolare il nome del condottiero sub numerose alterazioni, come Malbrough, Mambr, Manbr, Malbrou e nel collodiano Marbruck (cfr. Roberto Randaccio, La canzone di Malbrough. Due testimonianze letterarie, in RION, Rivista Italiana di Onomastica, V, 1999,2, pp. 483-86).

36. Il paleo  una specie di trottola: arnese che i ragazzi fanno girare per gioco (Petrocchi).

37. Filungello vale per fringuello: uccelletto di passo nell'ottobre. [...] Filunguello cieco. Accecato perch cantando meglio serva di richiamo nella caccia del paretaio.  canta come un filunguello cieco. Di persona che s'abbandona al canto (Petrocchi).

38. Crispazione vale per 'arricciamento' delle labbra, in questo caso in un sorriso. Il termine  poco comune; il Tommaseo-Bellini registra solo crispato, definendolo 'voce morta'. Il termine ritorna anche nel capitolo VIII: le labbra contratte da una crispazione nervosa.

39. La pandiculazione  termine scientifico, databile intorno al 1828, con il significato di distendimento e contorcimento dovuto a contrazioni dei muscoli estensori (DEI). Lorenzini vuol intendere spiritosamente l'atto dello stirarsi delle membra dopo il risveglio. Un testo autografo, di anno imprecisato, richiama questa identica immagine dell'abbandonarsi alle delizie della pandiculazione, quasi che Lorenzini lo avesse preparato per una eventuale riproposizione (cfr. Maria Jole Minicucci, Tra l'inedito e l'edito delle carte manoscritte di Lorenzini, in Studi collodiani, Atti del I Congresso internazionale, Pescia, 5-7 ottobre 1974, Pescia, Fondazione Nazionale Carlo Collodi, 1976, p. 393).

40. Con il termine fiaccona si intende: fiacchezza, debolezza, mancamento di forze, stanchezza, debilit. E voce comune per tutta la Toscana (Fanfani 1863). Il termine  usato (con il significato di "inerzia", "sonnolenza politica") anche dal Giusti nella satira Gli umanitari: La fiaccona generale / Per la storia universale / Far molto comodo, vv. 43-45.

41. I fiorentini sonnolenti sono punzecchiati dallo scrittore, e giudicati 'degenerati' discendenti dei due grandi fiorentini. Farinata degli Uberti (7-1264), fiero capo dei Ghibellini, cantato da Dante nell'Inferno (X, 32 sgg.). Pier Capponi (1446-1496), gonfaloniere, eletto capo della Repubblica fiorentina dopo la cacciata di Piero de' Medici, si oppose fermamente alle pretese di Carlo VIII re di Francia invasore d'Italia. L'episodio di Pier Capponi  raccontato in MI, XXXIV.

42. Ancora un uso divertito di un termine deonimico, tratto dalla classicit in questo caso; la locuzione essere un Achille aveva il significato di 'forte, potente'; L'Achille degli argomenti, L'argomento pi forte (Petrocchi).

43. L'episodio biblico della vendita della primogenitura da parte di Esa in cambio di un piatto di lenticchie (Genesi 25-36) era da tempo un luogo comune. Lo ritroviamo pi volte utilizzato in modo ironico da Giuseppe Giusti nella poesia conviviale I brindisi (1840): Dove Esa vende il primato / per
la minestra; e in La scritta (1841): Al povero Esa / Rincarava la minestra.

44. L'abile Cavaliere, uomo di mondo, conosce bene i vizi dell'Alta Societ, e pertanto pu corromperla con una mensa ricca di prelibatezze, come il prosciutto o il pt di fegato d'oca. Avviene cos che la miserabile zuppa biblica, grazie al tocco della raffinata cucina francese, pu divenire una gustosa pure di lenticchie!. L'intero brano  riproposto in M, / rondoni e le mosche (cfr. Opere, M, p. 831, nota 18). Abbiamo riportato al corretto francese il termine pure, che risultava scritto puree; la parola, nella forma pur era condannata dal Fanfani-Arla: Con vocabolo francese dicono quel liquido denso formato dalla materia sostanziosa di alcune cose, e specialmente civaje, che cotte, si passano per lo staccio. Ce l'abbiamo la voce propria in italiano? S, che ce l'abbiamo, ed  Passato (Fanfani-Arla 1911, p. 450).

45. Ciceruacchio era il soprannome di Angelo Brunetti (1800-1849), carrettiere e oste romano, che partecip alla Repubblica Romana del 1849. Fu poi catturato dagli Austriaci e fucilato insieme ai suoi due figli.  interessante notare come siano passati meno di dieci anni dalla morte del popolano romano alla data della pubblicazione dei MF, e gi  avvenuto il passaggio che dal nome proprio porta al nome comune: il termine ciceruacchio definiva, pertanto, i rivoluzionari sinceri ma improvvisati.  di quegli anni la biografia di Felice Venosta, Ciceruacchio. Il popolano di Roma, Milano, Scorza, 1863.

46. Il Sillery frapp era una qualit molto dolce di champagne, che veniva servito assai freddo in particolari coppe: era una bevanda a met tra il vino e il sorbetto; mentre il Lafitte era una affermata marca di champagne molto apprezzata. George Pritchard (1796-1883) era un missionario inglese e console britannico nell'isola di Tahiti (nel 1837), prima della cacciata degli inglesi e dell'annessione alla Francia della colonia polinesiana. Pritchard era anche consigliere della Regina Pomar IV, che aveva invano tentato l'unificazione pacifica delle isole, e che soccombette all'invasione francese perdendo il potere e rimanendo sul trono solo come figura istituzionale rappresentativa. Anche questo brano passa interamente in M, I rondoni e le mosche (cfr. Opere, M, p. 832, nota 19).

47. Il personaggio Dulcamara dell'Elisir d'amore (1832) di Gaetano Donizetti (1797-1848) era divenuto proverbiale e sinonimo di 'ciarlatano': questi Dulcamara della politica (Petrocchi).

48. Uomini di Plutarco. Di semplice e schietta virt (Petrocchi). L'espressione deriva dalle celebri Vite Parallele di Plutarco, dove le biografie descritte raccontano di personaggi storici il cui valore umano viene estremamente idealizzato.

49. Lucullo, famoso per le sue fastose mense, aveva da tempo dato origine all' antonomasia pranzo luculliano, per "pranzo sfarzoso e ricco di pietanze". Identico uso metaforico si legge in AC: Amici, io vi presento il gastronomo pi delicato dell'universo, il Lucullo dei nostri tempi (Atto III, scena III). Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841) era un botanico e micologo svizzero; Linneo, Cari Nilsson Linnaeus (1707-1778), era il celebre biologo a cui si deve la classificazione tassonomica delle piante.

50. Collodi fa sfoggio di una cultura vasta che spazia da nozioni scientifiche e paleontologiche a richiami classici e mitologici. Il termine mastodonte  datato intorno al 1810.

51. Ecco un preannuncio di quella che sar la celebre digressione sui Misteri, incastonata a met romanzo (cap. VIII), che, smontando il meccanismo narrativo, mette a nudo l'incompatibilit fra la narrativa popolare d'appendice ed una citt come Firenze. Ma questo concetto di Firenze citt-casa era gi stato esposto in RV, VII (si veda qui RV, nota 63).

52. Il Serraglio era un tipo di trinciato toscano di buona fattura, la Taccha o, meglio, il Tacchia era anch'esso un tabacco da pipa nostrano, molto diffuso e commercializzato a Venezia, fin dalla prima met del Settecento.

53. Un analogo elenco era stato gi redatto dal Lorenzini in RV, IV (si veda qui RV, nota 38).

54. Questa spiritosa tirata su tipi fiorentini anticipa la lunga, divertita analisi antropologica e sociale dello scrittore sui propri concittadini, che si legge in ON, Gli ultimi fiorentini (cfr. Opere, ON, p. 901, nota 94).

55. Il termine intrenato deriva dal francese entraner, con il significato di 'allenare', e rimanda alla terminologia ippica: i cavalli da corsa 'ben allenati' scalpitano per gareggiare.

56. Si tratta del personaggio dell'opera lirica di Gaetano Donizetti (come correttamente citato qualche riga pi sotto), Lucrezia Borgia (1834), su libretto di Felice Romani ispirato all'omonimo dramma (1833) di Victor Hugo. Gennaro  figlio di Lucrezia Borgia, ma non sa d'esserlo; pertanto nel Prologo, scena III, due personaggi mascherati, che lo stanno spiando, dicono tra loro che il giovane non ha patria, n parenti.

57. I sigari cazadores (con una sola 'zeta') sono una qualit di sigari cubani, molto apprezzati e di vario formato.

58. Si tratta di un gesto che, nella sua evidente pantomima, vuol significare compiacimento personale e soddisfazione, ed  frequente nella scrittura collodiana. Lo ritroveremo spesso anche in questo romanzo.

59. Pupillo aveva il significato di 'minorenne orfano', pertanto il senso metaforico della frase  quello di 'sempliciotto'. In AC: Noi, e dovreste saperlo, non siamo pupilli, da farci perdere ventimila franchi (Atto I, scena V).

60. Dirizzone: direzione in un luogo con un certo impeto e poca avvedutezza. [...] Fig. Abitudine, piega capricciosa, ostinata a una certa cosa (Petrocchi).

61. Lo stiletto e la pistola incrociati rappresentano certamente il simbolo di qualche associazione segreta e armata. E ormai scontato che il Cavaliere di Santa-Fiora abbia un passato da nascondere: si poteva gi intuire dalle minacce fatte dal domin al Teatro, ma anche per quell'allusione alle reminiscenze del ventuno, che deve intendersi come 1821, anno dei primi moti carbonari. Ora e sempre era anche il motto della Giovine Italia, la societ segreta politica fondata da Giuseppe Mazzini nel 1832.

62. Questo gesto della piruetta sul calcagno, come quello della sfregatina di mani, fa parte di una pantomima ricorrente nei personaggi collodiani. In M, Un'antipatia,  un gesto ripetutamente eseguito da Jacopo: non pot resistere alla tentazione di fare in segno di gioia una piccola piroetta sul calcagno sinistro.

63. Ancora un esempio classico proposto come metafora: Orazio Coclite, il mitico eroe romano che da solo difese il ponte Sublicio dall'attacco etrusco, viene chiamato a simboleggiare, paradossalmente, il coraggio di Stanislao che si getta a corpo morto nella voragine di debiti. L'episodio di Orazio Coclite  puntualmente raccontato in MI, XVII.

64. Chiuso come una pina verde: si dice per ironia di persona avara e spilorcia; mentre quattrinaio-, lo dice il popolo per Uomo che ha molti denari (Fanfani 1863).

65. Il termine inglese groom indicava il "servo", il "giovane servitore in livrea", ma anche "garzone addetto ai cavalli". La parola straniera in Italia era stata introdotta intorno al secondo decennio dell'Ottocento. L'uso un po' snob di questi termini inglesi e francesi certifica meglio il contesto aristocratico della scena.

66.  l'inizio di un brano satirico che ritorner con qualche piccola variante in M,
I rondoni e le mosche. Fare il Signore senza quattrini era un tema ben noto alla letteratura dell'Ottocento; possiamo citare almeno due titoli, molto simili per altro: L'Art de Faire des Dettes (1822; ora in Italia con il titolo L'arte di far debiti, Genova,
Il Melangolo, 1991) di Jacques-Gilbert Ymbert (1786-1846); e l'analogo L'arte di far debiti di Roboamo Puffista, con gli ultimi commenti di Zefferino Bindolo, Milano, Quadrio editore, 1881. Libro, quest'ultimo, nel tono e nello spirito, molto vicino al Collodi (si pensi solo ai due nomi dei presunti redattori, Roboamo e Zeffirino). Collodi era legato da amicizia con Antonio Ghislanzoni (1824-1893), scrittore dalla vivace vena umoristica, librettista di fama e grande animatore culturale, fondatore nel 1856 del giornale satirico L'Uomo di Pietra, e redattore dell'Italia Musicale, a cui anche il Lorenzini avrebbe collaborato. Osserva giustamente Jean Perrot come certi atteggiamenti arroganti del giovane Marchesino nei confronti dei creditori appartenenti a classi subalterne, ricordino da vicino le astuzie e la sfrontatezza di Don Giovanni, nell'omonima opera (1665) di Molire (cfr. Perrot, p. 23).

67. Qui, come in altri contesti di immiserimento, abbiamo una involuzione dell'oggetto, una specie di decrescendo rossiniano. Qualcosa di simile si legge in AP, III: La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere pi semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato.

68. Le pecchie sono le api (dal latino apicula, dim. di apis).

69. Un nome ben presente nell'opera del Collodi. Ricordiamo, in particolare, lo Scampolino dell'omonimo racconto di ON; ma Collodi specificher che il personaggio in realt si chiama Aniceto, Scampolino  dunque un soprannome.

70. La mignatta  la sanguisuga, ma per metafora il creditore era giudicato simile ad essa: Creditori che son come le mignatte. Che mignatta  costui! Siete una gran mignatta (Petrocchi).

71. Pietro Fanfani in una nota a commento della poesia Lo stivale di Giuseppe Giusti, specificava: ciabattino  un calzolajo buono solo a mettere toppe e a ricucire suole rotte (cfr. Giuseppe Giusti, Poesie. Annotate per uso dei non toscani da Pietro Fanfani, Milano, Carrara, 1877, p. 82).

72. La locuzione toscana, gi citata in RV, X (si veda qui RV, nota 74), veniva cos spiegata: Fra i proverbi del popolo fiorentino [...], havvene uno che dice andare a S. Donnino per arrabbiato, lo che equivale, a logorarsi lo stomaco dalla bile.

73. Gaetano Ciniselli (1815-1890) era un noto cavallerizzo e direttore di circo; deve il suo iniziale successo a cinque purosangue divenuti celebri all'epoca (Montecristo, Mazzeppa, Lucifero, Capriccio e Domino). Gir con il suo circo per tutta Europa, ma fu molto apprezzato in Russia, in particolare a San Pietroburgo dove fond il primo circo stabile, che ora reca il suo nome.

74. Ovviamente si tratta di un soprannome determinato (come si vedr pi avanti) dalla forza fisica del personaggio. Il nome preannuncia l'agnizione che avverr qualche capitolo dopo; cos come quello di Giulia, il cui nome risulta simpatico al Marchesino, per le sue personali ragioni di Lovelace da strapazzo. Braccio-di-ferro, cos come il futuro suocero Maestro Andrea, sono due popolani, artigiani sinceri ed orgogliosi ma onesti, ben distinti da quella schiuma che pullula quotidianamente dall'idiotismo pervertito e dall'ozio indigente, come dir pi avanti Lorenzini. Sono concepiti secondo un clich tipico della narrativa popolare (cfr. Opere, AP, p. 920, nota 5).

75. Il complesso delle fortificazioni di Portoferraio, all'isola d'Elba, era sede di un penitenziario, in particolare il Forte Stella in cui venne rinchiuso, tra gli altri, Carlo Bini (1806-1842), che trascrisse la propria esperienza carceraria nel celebre Manoscritto di un prigioniero (1833).

76. La versiera nella tradizione popolare  "la moglie del diavolo"; spauracchio evocato per incutere timore ai bambini.

77. Ancora un marchionimo, Pleyel, tra i tanti citati da Lorenzini. Ignace Pleyel (1757-1831) fond l'importante fabbrica per pianoforti francesi, in netta concorrenza con l'altra grande ditta produttrice, quella di Sbastien Erard (1752-1831). I pianoforti di Pleyel furono apprezzati da musicisti del calibro di Chopin e Liszt. Lo Strauss citato  il celebre Johann Baptist Strauss (1804-1849), autore di pi di un centinaio di valzer, quadriglie e polke, e la cui opera pi conosciuta  senza dubbio la Marcia di Radetzky.

78. Il magnifico cane del Monte San Bernardo  chiamato con un cinonimo molto diffuso. Azor  nome di origine ebraica (cos si chiamava un discendente di Salomone, padre di Sadoc); in
letteratura lo troviamo attribuito ad un personaggio dell'opera-balletto Zmire et Azor (1771 ), musicata da Andr Grtry (1741-1813) su testo di Jean-Franois Marmontel (1723-1799) ricavato dalla fiaba La Bella e la Bestia scritta da Mme Le Prince de Beaumont (1711-1780). Questa vocazione bestiale del personaggio determin l'abitudine di imporre il suo nome ai cani. Un ulteriore spostamento di significato fece s che il
nome, nel gergo militare, fosse attribuito dai soldati francesi al proprio zaino (forse per l'aspetto peloso, o forse anche per la "fedelt" dell'oggetto). Il cinonimo, frequente e ben documentato, torna spesso in opere letterarie francesi e italiane dell'Ottocento (cfr. Randaccio 2006, A come Azor, e altre note di cinonimia letteraria, pp. 19-30). Collodi chiamer con questo stesso nome il cane che appare nelle primissime pagine del Viaggio in Italia di Giannettino (Parte Prima): siamo qui una famiglia di tre persone, io, Pizzicorino e Azor, che  questo can barbone. Aveva inoltre precedentemente scritto un articolo su L'Italia musicale (nel dicembre 1855, ripreso su Lo Scaramuccia del 12 gennaio e 2 febbraio 1856) dal titolo Le memorie di un cane. Azor a Tity (cfr. Opere, PS, p. 1082, nota 1).

79. I Puritani  l'ultima opera di Vincenzo Bellini (1801-1835), su libretto del conte Carlo Pepoli (1796-1881); fu rappresentata a Parigi nel 1835. Nel primo atto si trovano molti pezzi di bravura ben noti al pubblico, tra i quali la romanza di Arturo (Atto I, scena V) A te o cara, citata da Collodi, mentre sono nel secondo atto (scena III) le parole di Elvira (O rendetemi la speme).

80. Personaggio del mito greco, figlia di Tantalo e sposa di Anfione, re di Tebe, da cui ebbe quattordici figli (sette maschi e sette femmine), che furono uccisi dalle frecce di Apollo e Artemide per vendetta e per ordine di Latona loro madre. La tragedia di Niobe, nell'iconografia tradizionale,  quella di una madre affranta davanti ai corpi straziati dei figli e delle figlie (secondo Ovidio, Niobe piangente si trasform in un blocco di marmo da cui scatur una fonte).

81. Consoli o consolle: in quella prima met dell'Ottocento il termine francese oscillava tra le due grafie, cui si aggiungeva una terza, consol, del dialetto milanese.

82. In questo punto del romanzo si verifica un clamoroso refuso: il capitolo risulta numerato come sesto, mentre dovrebbe essere il settimo. Questo fatto ha determinato, nell'originale, lo sfasamento della numerazione per tutti i successivi capitoli.

83. Si conferma qui un meccanismo narrativo tipico della paraletteratura e gi evidenziato nella ricetta del Professor Pagliano in RV, XIX: Ma voi non vi lasciate sedurre: e invece di dargliene la spiegazione, attaccate cos: Per la maggiore intelligenza del fatto, che abbiamo preso a raccontare, fa di mestieri tornare un passo indietro.

84. Miloro  nome tipico delle citt e delle province di Palermo e di Messina (forse variante di Millauro, dall'unione del francese Millaud con aurum). Qui per  importante chiedersi se la scelta del cognome risponda a un criterio eufonico, visto che si tratta del rampollo di una ricca famiglia di banchieri: il termine oro/aurum  determinante per la "trasparenza" del cognome.  possibile vi sia stata una analoga scelta eufonica anche in AP per i nomi dei due cani Alidoro e Medoro.

85. Lentamente, emergono particolari della sconosciuta setta politica verso cui convergono, nel bene e nel male, gli interessi di quasi tutti i personaggi. Le associazioni segrete sono un altro grande stereotipo del romanzo popolare: Lorenzini  scettico sulle motivazioni e sull'agire pratico delle sette [... ] perch  convinto che sia definitivamente tramontata l'epoca degli slanci eroici, e che siano cadute per sempre le illusioni romantiche (Marcheschi, p. 56).

86. Collodi colpisce puntualmente con la satira i cantanti e le cantanti (in particolare le debuttanti) e il loro mondo spesso fatuo e scarsamente professionale; divengono cos personaggi da "fisiologie", pieni di difetti e boria, incapaci di svolgere il proprio ruolo artistico. Si veda il siparietto comico tra il critico musicale mercenario, direttore del foglio teatrale La Laringe Armonica, e Roboamo (al quale si era rivolto per pubblicare un articolo in lode di una cantante assolutamente negata per il canto), in M, La storia di un furbo.

87. L'erba Cassia  una pianta erbacea (Cassia Senna) dal forte sapore amaro, spesso adoperata in medicina come lassativo; la locuzione dare l'erba cassia significava essere licenziato; essere mandato via (Petrocchi).

88. L'uso di questa antonomasia  frequente nella scrittura di Collodi. In AP, XXXIV, aveva definito il Pescecane L'Attila dei pesci e dei pescatori, mentre nell'articolo Leontina ovvero necrologia di un nome, apparso su L'Arte, 2 febbraio 1853, Lorenzini definiva lo scrittore Salucci quest'Attila dei nomi proprj (cfr. Opere, PS, p. 675). Daniela Marcheschi ha ritrovato sulla Lente del 27 settembre 1858, un articolo a firma ZZTZZ (pseudonimo di Carlo Lorenzini), dal titolo Una lettera di Attila detto Flagellum Dei. Nell'articolo Collodi proponeva di riabilitare un Attila stufo di essere dipinto come un "cane arrabbiato, un baustte, un mangiabambini, un armavirunquecano" (Opere, AP, p. 1023, nota 199). In MI, XIX, viene descritta la figura di Attila: questo grande ammazzatore di uomini.

89. Forse c' uno spunto ironico nella definizione di rivale. Non solo per abilit di esecuzione il giovane viene infatti paragonato al grande musicista ungherese Franz Liszt (come accennato nella Nota al testo, abbiamo lasciato inalterata la grafia del cognome), ma, anche, per quelle lunghe mestole angolute e nervose, facenti funzioni di mani: le mani di Liszt erano infatti divenute leggendarie per l'agilit e la lunghezza delle dita, sottili ma fortissime (Mestole: lo usa spesso la gente del popolo, ma scherzevolmente, per mani, specialmente molto lunghe e larghe, Fanfani 1863). La foga e l'istrionismo del pianista ricorda, qui, come nota Daniela Marcheschi (Opere, M, p. 844, nota 45), l'identico atteggiamento del pianista descritto dal Giusti nella poesia Per un reuma d'una cantante (1841).

90. L'espressione popolare essere un ecce homo vale "essere ridotto in condizioni pietose". Il termine  tratto dalla celebre frase di Pilato che mostra Cristo prigioniero al popolo (Giovanni, XIX, 5). Beccaria (p. 208) lo definisce pandialettale, portando al riguardo numerosi esempi regionali: cce-omu (Calabria) con il significato di 'spaventapasseri'; ecceomo (Friuli) 'chiasso, baccano'. Esempi a cui aggiungiamo il sardo uccomu e azziomu 'fantoccio, spaventapasseri'.

91. Bischoff da intendersi come 'vini della ditta Bischoff ' (principalmente malaga, madera e bordeaux)-, la celebre enoteca triestina era stata fondata nel 1777 da emigrati svizzeri.

92. La corrispondenza di sguardi, diviene qui telegrafica, quindi rapida e criptata da un codice. Il termine telegrafo e le sue derivazioni (telegrafico, ecc.), sono databili in Italia intorno al 1805 e riferite al sistema di telegrafo ottico inventato nel
1791 da Claude Chappe (1763-1805), che funzionava per mezzo di grandi braccia semaforiche posizionate in apposite stazioni. Il telegrafo elettrico e il suo linguaggio di punti e linee era stato brevettato nel 1837 dall'americano Samuel Morse (1791-1872), che perfezion precedenti strumenti e formul il codice che da lui prende nome. In Italia la prima sperimentazione avvenne proprio in Toscana, tra Pisa e Livorno, nel 1847. Non facile capire pertanto a quale di questi due sistemi telegrafici alludesse la metafora collodiana; ricordiamo tuttavia che il telegrafo ottico di Chappe ebbe una parte rilevante nella trama del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas (si vedano in particolare i capitoli LX e LXI).

93. Fantastico: di pers. sofistica stranamente capricciosa (Petrocchi); ma anche: stravagante, falotico, intrattabile (Fanfani 1863). In RV, VI, si legge: innamorato e fantastico come lo Stenio di Giorgio Sand (si veda qui RV, nota 42).

94. Il termine francese cocotte significa "gallina, pollastrella"; non aveva ancora assunto in quegli anni l'accezione metaforica negativa di 'donna di facili costumi'. Si tratta di un nomignolo dato all'animale senza secondi fini da parte di Lorenzini.

95. Questo nome ha una notevole ascendenza letteraria e Collodi lo utilizzer. Viene citato in RV, VIII, come un tipico nome romantico, e lo si trova pi volte anche in M, Un nome prosaico e Uno scandalo.

96. Come abbiamo gi detto (si veda qui RV, nota 134), il macao era un gioco d'azzardo di carte molto in voga nell'Ottocento; il nome deriva dall'isola di Macao, a quei tempi colonia portoghese.

97. Un personaggio con il cognome Torralba ritorna in M, I rondoni e le mosche, che come sappiamo raccoglie alcuni episodi e personaggi di questi MF, fusi con la storia narrata in AC. Soltanto che il Torralba, o meglio il Capitano Torralba, ha una psicologia ed un carattere totalmente differenti.

98. Il Conte Calami appartiene a quella schiera di "orchi" presenti in vario modo e aspetto nell'opera di Collodi. L'aspetto fisico, il carattere burbero e intransigente, e soprattutto la voce profonda e stentorea ne caratterizzavano immediatamente il tipo, a cui si aggiungeva, a seconda dei casi, una ferocia pi o meno controllata (cfr. Randaccio 2006, O come orco, pp. 65-72).

99. Il dettato latino (che viene poi tradotto dallo scrittore) rimanda alla nota passione per le carte e il gioco d'azzardo che, peraltro, non trascin Collodi verso baratri economici. Sono sorte molte leggende su questa sua passione per il gioco delle carte, perfino quella che AP fosse stato scritto per sanare un debito di gioco (ma  falso). Ricordava Ferdinando Martini (1841-1928), grande amico di Carlo Collodi e fondatore del Giornale per i Bambini, dove fu pubblicato AP, che: Giocava dovunque si giocasse: ma il pi spesso in quel tetro Palazzo de' Davanzati in Porta Rossa (Martini, p. 173).

100. Essere come la campana del Bargello che suona sempre a vitupero. Il Bargello suonava quand'alcuno era in gogna. Modo vivo che si dice a chi sparla sempre, vitupera altrui, e non ha altro in bocca che oscenit (Tommaseo-Bellini). La locuzione si legge anche nell'Assedio di Firenze. "Chetatevi, male lingue", parl certo
vecchio autorevole fra il popolo: "la vostra bocca fa peggio della campana del Bargello, che suona sempre a vituperio" (Francesco Domenico Guerrazzi, L'assedio di Firenze, Milano, Libreria editrice Dante Alighieri, 1869, cap. VII, p. 122).

101. Si tratta di una voce inglese che vale letteralmente gentiluomo cavalcatore, cio cavaliere. Essi si distinguono dai fantini di professione (jockey) perch corrono separati da essi, e per meno diletto (Panzini 1923).

102. Desinare significa etimologicamente 'rompere il digiuno', ed il termine in francese  djeuner. La parola straniera si attesta in Italia all'inizio dell'Ottocento, con il significato di 'colazione'; ma il termine prender la forma digiun, voce presente in molti dialetti: colazione a forchetta (Petrocchi).

103. Siamo pari!: il Conte Calami  abile e persuasivo nella sua ambigua e malefica personalit: ha sempre un asso nella manica e la capacit di liberarsi dal pericolo. Freddo, astuto e abile come si conviene ad un personaggio del suo stampo, appartiene alla categoria letteraria di coloro che vivono costantemente nel male assoluto (cfr. Pietro Citati, Il Male assoluto. Nel cuore del romanzo dell' Ottocento, Milano, Mondadori, 2000). Qualche riga pi avanti, nel testo, abbiamo lasciato la lezione originale Canta canta, anche se il senso della frase richiederebbe: Carta canta.

104. Si tratta della battuta di Don Basilio nell'Atto primo, scena seconda, del Barbiere di Siviglia.

105.  nota la curiosa etimologia che accompagna questa diffusa locuzione (che significa 'qui sta la difficolt'): da cui busillis 'rompicapo', che secondo l'aneddotica corrente si ritiene sia nato da uno strafalcione di uno scolaro il quale, nel trascrivere il solito attacco evangelico In diebus illis, avrebbe diviso alla fine del rigo in die busillis, creandosi appunto un bel 'rompicapo' per la successiva traduzione in lingua italiana (Beccaria, p. 101).

106. Sofistico  detto di persona, che bada a ogni minima cosa, e su tutto trova che ridire (Fanfani-Rigutini 1893). In AP, VII, Pinocchio nonostante la fame  restio a mangiare le bucce e i torsoli delle pere offerte da Geppetto, ma finir per mangiarle e dovr anche subire la predica del babbo: Vedi dunque - osserv Geppetto - che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi n troppo sofistici n troppo delicati di palato: Caro mio, non si sa mai quel che ci pu capitare in questo mondo. I casi sono tanti!....

107. Collodi aveva dichiarato qualche anno prima (1854), sulle pagine dello Scaramuccia: ormai  destino: non c' descrizione possibile senza digressione probabile. Questo celebrato aforisma sintetizzava bene il suo concetto di umorismo letterario, ispirato a Laurence Sterne, fatto di continue digressioni e trasgressioni rispetto al tradizionale impianto narrativo. Non a caso Renato Bertacchini associava questa celebre frase del Collodi, con un pensiero di Sterne: Digressions -incontestably, are the sunshine -, they are the life, the soul of reading, cio: "Le digressioni, incontestabilmente, sono la luce del sole, sono la vita, l'anima del leggere" (cfr. Sterne e Collodi, numero monografico dei Quaderni della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, n. s., 2, 1999, p. 17; ma, sullo sternismo di Collodi si
veda, ancora, l'Introduzione di Daniela Marcheschi a Opere, pp. XVI-XXXII).

108. Lorenzini  uno scrittore giovane ma gi esperto, perfettamente addentro alle politiche editoriali del proprio tempo. Anche in RV, XIX, aveva chiamato in causa il suo ipotetico editore, scaricando su di lui la responsabilit della scelta di pubblicare una cos originale Guida, che nasceva prima di tutto da un titolo ritenuto bello! magnifico! nuovo! stupendo!. Anche la nota introduttiva in M, La storia di questo volume,  una divertita dimostrazione di come si possa stampare un libro prescindendo da ogni criterio di seriet.

109. Si tratta dello stesso Girolamo Pagliano, il Caligola degli intestini, che aveva gi fatto la sua comparsa in RV, dove espone la famosa ricetta per scrivere romanzi (si veda qui RV, nota 152). Pagliano aveva raggiunto una fama universale e una grande ricchezza grazie alla invenzione e diffusione del suo Sciroppo purgativo. Qui in MF, invece, viene citato solo in virt del potere persuasivo del proprio nome. Pagliano  un topos comico della scrittura di Collodi.

110. La scrittura sterniana pretende che l'autore dialoghi in prima persona con il lettore, senza porre alcuna barriera, pertanto Lorenzini pu ironizzare sulla mediocre desinenza in -ini del proprio casato, in una forma di autoironia che  tipica della sua scrittura o, piuttosto, come affermava Romagnoli, si tratta di una sorniona modestia che  un momento topico dell'umorismo ottocentesco (La citt, il Collodi, i Misteri, in Manzoni e i suoi colleghi, Firenze, Sansoni, 1984, p. 313).

111. Rimanere sulle secche, Trovarsi sulle secche, o sulle secche di Barberia, e simili, dicesi dell'essere impedito in sul pi bel fiore di checchessia, e non poter procedere pi avanti; tolta la metafora da' naviganti quando rimangon col legno nelle secche (Fanfani 1863).

112. Lo stesso ironico attacco introduttivo e lo stesso concetto, espresso con le medesime parole,  passato da RV, VII a queste pagine, soltanto che qui, Collodi, amplia l'indagine e, letteralmente, smonta il genere letterario messo in voga da Eugne Sue.

113. Questa esemplificazione del cinismo urbano, che permea la Parigi di quella prima met del secolo XIX, ci rammenta la storia narrata nel Pap Goriot (1835) di Balzac, dove le vicende miserevoli, la decadenza e la morte del povero Goriot, dimenticato da tutti, si svolgono principalmente nella squallida e claustrofobica pensione Vauquer.

114. Sono i nomi di alcuni personaggi dei Misteri di Parigi nella gi ricordata prima traduzione italiana, presto divenuti proverbiali. Uno di questi  Cabrion, il pittore squattrinato dei Misteri parigini: il caricaturista e disegnatore Nicola Sanesi, che collaborava con Il Lampione, si firmava, appunto, usando lo stesso pseudonimo.

115. Risulta chiaro, come si intuisce pi avanti, perch questo avvocato abbia un cognome cos trasparente: si tratta di un personaggio ambiguo e doppiogiochista, bifronte, appunto.

116. Si tratta dei versi pronunciati da Numitoria nell'Atto primo, scena prima della tragedia Virginia (1777-83) di Vittorio Alfieri: Or superbi, ora umili, e infami sempre.

117. Charles-Victor-Michael Saint-Lon (1815-1870) era un celebre ballerino e coreografo francese, molto noto anche in Italia per aver allestito numerosi balletti al teatro La Fenice di Venezia e per aver sposato nel 1845 la famosissima ballerina napoletana Fanny Cerrito (1817-1909).

118. L'espressione, gi incontrata in RV, IX (si veda qui RV, nota 75), era ormai divenuta un luogo comune, tant' che Lorenzini ne sottolinea l'uso e, di conseguenza, l'abuso.

119. L'organizzazione  connotata da terminologie framassoniche. L'ipotesi di una presunta appartenenza di Lorenzini alla Massoneria (nonostante fosse definito un mazziniano sfegatato), fu proposta da Fernando Tempesti (nell'Introduzione a Carlo Collodi, Pinocchio, Milano, Feltrinelli, 1993, p. 9), per essere ripresa anche da Cecilia Gatto Trocchi (Iniziazione di un "burattino meraviglioso", in II risorgimento esoterico, Milano, Mondadori 1996, pp. 46-56); una lettura in chiave massonica di AP , inoltre, quella di Nicola Coco e Alfredo Zambrano (Pinocchio e i simboli della "Grande Opera", Roma, Atanor, 1984). L'ipotesi di una appartenenza di Lorenzini alla massoneria  stata tuttavia confutata, a ragion veduta, da Ornella Castellani Pollidori in Collodi e la massoneria, Studi e Problemi di Critica Testuale, 46-47 (1993), pp. 115-118.

120. Pelone: nome volgare di panno grossissimo da fare abiti; frustagno: spezie di tela bambagina che da una parte appare spinata (Fanfani 1863).

121. La lasca  il nome generico di molti ciprini detti anche pesci bianchi [...] Sano come una lasca [...] Sano come un pesce (Tommaseo-Bellini). Il Lasca era detto, come  noto, Anton Francesco Grazzini (1503-1584), autore anticlassicista di commedie e poesie giocose irriverenti.

122. Aver la paglia in becco, si dice dell'aver qualche segreta promessa che assicuri il successo di un'impresa (Fanfani 1863).

123. Allusione ai volantini lanciati in teatro. Farfalla , nel gergo carcerario, la lettera o il biglietto che esce clandestinamente (cfr. Ernesto Ferrer, Dizionario storico dei gerghi italiani, Milano, Mondadori 1991, p. 135).

124. Bracino: dicesi in Firenze a venditore o venditrice di brace a minuto (Fanfani 1863).

125. Fiacche sembra un adattamento fonetico, tutto fiorentino, per il termine frack. Qualcosa di simile accade per il nome Bismarck che diviene Bismacche nell'espressione dei bambini (fiorentini) raccontati in ON, I nostri bambini. Metter su muffa, metter superbia (Fanfani 1863).

126. Frustino: si dice ancora ad un giovane che abbia la smania di vestire secondo la moda e di far lo zerbino, ma gli manchi il pi e il meglio per farlo come si deve, cio il cum quibus. Chiamansi cos, perch non  raro che i cos fatti, senza neanche saper cavalcare, non che avere il cavallo, portino il frustino (Fanfani 1863).

127. Fare il nesci, dissimulare di sapere, fingere di non sapere. [...] Alcuni per dicono Nescio; e l'uno e l'altro sono il Nescius latino (Fanfani 1863).

128. Il personaggio di Cecco  un altro esempio del ragazzo di strada fiorentino
(a sua volta modellato secondo le caratteristiche del birichino di Parigi, che aveva in Gavroche dei Miserabili il pi alto e diffuso esempio letterario). Ma, in questo caso si tratta di un birichino di Firenze e pertanto usa il vernacolo in molte sue espressioni. Grullo  termine toscano ben noto; sor-pacche non trova immediato riscontro nei lessici a meno che non si accetti quel pacche per paccheo con il significato di 'babbeo'. Abbozzare si usa spesso in Toscana per astenersi dal fare risentimento, o dal prendere vendetta di cosa a te spiacevole, dissimulare (Fanfani 1863). La limosina  l'elemosina con un valore metaforico: Le limosine son fatte, modo famigliare di cacciar via da s uno che ti importuni per qualche cosa (Fanfani 1863). Infine la pecia  la pece, sostanza facilmente infiammabile.

129. Lo scorgimento  l'essere riconosciuto e, in questo caso, "fare una brutta figura": il farsi scorgere. Non mi volevo trovare a degli scorgimenti (Petrocchi). Icch  popolare toscanismo: "Che cosa".

130. Ora e sempre, come gi detto alla nota 61, era il motto della Giovine Italia. A questo punto sembrerebbe che il misterioso domin, alias Miloro, appartenga alla "fratellanza" mazziniana europea.

131. Si tratta di tende in percalle, un tessuto molto fine di cotone. Il nome  di origine persiana pergole ("pezzo di tessuto"), ma il termine, cos come lo trascrive Lorenzini, sembra derivare dall'originale inglese percal (1618), che ha determinato le forme successive in Europa: percale in Francia, percalle in Italia (1811), Perkal in Germania, ecc. Per una forma di paretimologia, la parola sembra, tuttavia, fusa con il termine greco hyper, dando origine a questo interessante hapax collodiano.

132. La tela di cotone finissimo, proveniente dalle manifatture francesi di Cambray, fu diffusissima nel Seicento, e la denominazione, in Italia, assunse varie forme: cambraia, cambra, cambragio ("fazzoletto bianco da testa"), cambric, cambricche, con ulteriori numerose varianti dialettali. Lorenzini riporta (con un k finale), il termine inglese cambric (poich il toponimo Cambray in Inghilterra veniva trascritto Cambric).

133. Sono i versi cantati da Elvira (Ernani!... Ernani, involami / all'aborrito amplesso) nell'Atto I, scena III dell'opera lirica Ernani (1844) di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma di Victor Hugo. Il personaggio di Ernani ritorna negli scritti di Collodi per un curioso deonomastico, quel cappello alla Ernani, in ON, Gli ultimi fiorentini nel paragrafo Il fiaccheraio (si veda, qui, anche RV, nota 51).

134. Il celebre dipinto di Raffaello Sanzio (1520 circa, ora alla Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma), raffigurante la donna amata dal pittore, seminuda e appena coperta da un velo. Si tratta di Margherita Luti, figlia di Francesco Luti senese, fornaio a Roma, e pertanto detta la "Fornarina".

135. Il nome di questo misterioso personaggio , paradossalmente, un vero e proprio "nome cartellino", come lo avrebbe definito Migliorini: alloppiante  chi 'addormenta con l'oppio' e, per estensione, colui che 'addormenta profondamente' con le parole o con un discorso (come fanno i ciarlatani). L'uso dell'oppio andrebbe giustificato dalla professione, non dimentichiamo infatti che si tratta di un semplicista,
ovvero, di uno che studia, conosce le qualit dei semplici, cio delle erbe; il fatto che poi sia greco potrebbe accentuarne la presunta malafede, visto che l'etnonimo , nel gergo furbesco e in alcuni dialetti, sinonimo di "imbroglione e baro".

136. Sorprende questa variante del termine visto solo poche pagine prima. E possibile che le grafie sussistessero entrambe, anche se quella y potrebbe essere originata da un refuso. Nel dubbio lasciamo la lezione del 1857. Anche il termine consoli  gi stato analizzato, ma Lorenzini ci d una descrizione pi dettagliata. Ancor pi ricca di particolari la definizione del Petrocchi: mobile di legno da appoggiarsi al muro fatto come una gran mensola composta da una lastra di marmo o d'un piano dello stesso legname e tre o quattro gambe (tutte o almeno quelle anteriori tornite) e terminante in una sola base. Si tiene nei salotti o nelle sale, e ci si mette l'orologio a pendolo, vasi di fiori o altri oggetti di lusso.

137. Pettinata  la Marquise indica un tipo di acconciatura messa in voga da Madame de Pompadour (1721-1764). Coiffure  la Pompadour, in cui i capelli sono pettinati in un rotolo morbido e gonfio che circonda il viso. Acconciatura lanciata da Jeanne-Antoniette Poisson, amante di Luigi XV di Francia, che la nomin Marquise de Pompadour (Enzo La Stella, Dizionario di deonomastica, Firenze, Olschki, 1984; ma ora con il titolo Dalie, dedali e damigiane, dal nome proprio al nome comune, Bologna, Zanichelli, 1990).

138. Collodi si riferisce ironicamente a Giovacchino Avesani (1763-1826), del quale era stata pubblicata in quegli anni una versione commentata Dell'Orlando furioso (Lodovico Ariosto, Orlando furioso, conservato nella sua epica integrit, e recato ad uso della giovent, dall'abate Giovacchino Avesani, e corredato di note storiche e filologiche, Firenze, Le Monnier, 1849).

139. L'orecchio d'orso  anche il nome di una variet di primula, la primula auricula, dai fiori di color giallo. Il colore orecchio-d'-orso , pertanto, una tonalit di giallo.

140. La carta mette colore, metafora che deriva ovviamente dal gioco delle carte e che ha come significato: D'un'impresa, d'un rischio che promette bene (Petrocchi).

141. Ciarpa propriamente significa roba di casa non pi servibile o altra roba di poco valore (Petrocchi), quindi, nel contesto della frase, il termine assume una sfumatura dispregiativa nei confronti delle ragazze di bassa strazione ("di bassa estrazione sociale").

142. Il proverbio dice: la lepre va presa col carro, e il suo insegnamento, derivato dall'esperienza del mondo della caccia,  quello di 'fare le cose senza fretta e con metodo'(cos come ci vuole pazienza e astuzia per prendere la lepre).

143. Bracone  chi cerca di sapere i fatti degli altri, chi sta dietro a tutte le brache. Ed  comune per tutta la Toscana; soffiare nella pappa, si dice in modo basso del far la spia (Fanfani 1863).

144. Cosino: dim. di Cosa. Di ragazzo o d'omo piccino.  Iron. Bel cosino! O cosino!  l'ora di finirla! (Petrocchi).

145. Tutto il capitolo, con lievi rimaneggiamenti e con identico titolo,  passato in
M. Lo stesso racconto era apparso con il titolo Un paio di stivaletti. Aneddoto quasi storico sulla Gazzetta del Popolo (20-22 e 25 ottobre 1863) e sul Giornale Galante Illustrato (13 luglio 1865); infine, con il sottotitolo Novella, sul Novelliere di Napoli, 19-22 novembre 1877 (cfr. Opere, M, p. 860, nota 88).

146. La crazia era una antica moneta fiorentina, tali monete erano sottilissime, come una foglia, e hanno continuato ad aver corso, tanto eran buone, sino al 1860, cio sino a quanto dur la moneta toscana. [...] Volendo significare che uno nella sua arte val poco o nulla, si dice che , per esempio, un poeta, un pittore, un cuoco, da quattro, da sei, o da pi, alla crazia (Fanfani 1863).

147. Modista: secondo il buon senso toscano  qualcosa pi di Crestaia, ma ad essa si assorella (Fanfani 1863). Sempre il Fanfani alla voce crestaia specificava: lavoratrice di creste o d'altri abbigliamenti per uso delle donne (si veda qui RV, nota 43).

148. La forma vezzeggiativa del nome Giulia migliora l'efficacia evocativa del nome della ragazza: la shakespeariana Giulietta Capuleti  sicuramente un modello onomastico di buon auspicio per le smanie da innamorato del Marchesino. Si veda anche Opere, M, p. 854. nota 75.

149. Vittoria (1819-1901), regina del Regno Unito e Imperatrice d'India. La sua fama e la potenza dell'impero segnarono fortemente l'immaginario collettivo, e la sua epoca ebbe l'epiteto di vittoriana. Nella versione di M, questo paragone con la regina Vittoria viene cassato, forse in considerazione del fatto che l'imperatrice, nel 1880, aveva sessantuno anni: il suo fu, come noto, il regno tra i pi longevi della storia d'Europa (dal 1837 fino alla morte).

150. L'espressione aveva mangiato il tempo indica l'abilit intuitiva di una persona che, con rapido tempismo, riesce ad anticipare una azione, un gesto e ad attuare una contromossa. Nel linguaggio musicale, mangiare il tempo: quando si entra in anticipo sulla battuta di un altro.

151. In M, Un paio di stivaletti, si legge un vero piedino andaluso; ma in MF ritroveremo i piedini andalusi qualche pagina pi avanti. Edmondo De Amicis (1846-1908) in Spagna (1873), nel capitolo dedicato a Cordoba, scriveva: Io non risposi, essa si mise a ridere; e mi domand: Que mira Usted? e continuando a ridere, nascose il piede, che, sedendo, aveva messo bene innanzi, perch lo vedessi. Oh! non v' donna in quei paesi che non sappia che i piedini andalusi sono famosi nel mondo (Spagna. Diario di viaggio di un turista scrittore, Padova, Franco Muzzio, 1993, p. 219).

152. L'espressione istituzione sociale oggi si direbbe, con un diffuso termine inglese, status symbol. C' molto di Balzac in queste considerazioni, in particolare dell'autore del Trattato della vita elegante, e delle varie fisiologie che, attraverso una acuta analisi critica e, insieme, ironica, dissezionavano le "istituzioni sociali" del moderno secolo borghese. Per una analisi dell'opera di Balzac "fisiologista" si veda Honor de Balzac, Patologia della vita sociale, a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.

153. Le canzonature subite da Giulia, da parte delle sue compagne, ricordano
quelle che subir Pinocchio, dopo aver di nuovo incontrato la Fata ed esser tornato a scuola con l'intenzione di divenire uno studente modello (AP, XXVI). Il nomignolo avvilitivo di Scarpetta ricorda il motto proverbiale: Il mondo  fatto di scarpette; chi se le cava, e chi se le mette (Petrocchi).

154. Meno fichi: l'espressione significa 'meno complimenti'. Quanti fichi! A chi fa complimenti, si fa pregare per accettare, accondiscendere a una cosa (Petrocchi). Fichi dicesi per Carezzare; onde fare i fichi, carezzare, far le moine (Fanfani 1863).

155. Questo cedimento alla tentazione, con conseguente caduta nel peccato, riecheggia il manzoniano la sventurata rispose del decimo capitolo dei Promessi sposi. La celebre frase ha segnato l'immaginario letterario ottocentesco (e non solo), come dimostra appunto questo riferimento di Collodi, e quello, ancor pi celebre, di De Amicis in Cuore (1886), nell'episodio La madre di Franti: E quell'infame sorrise.

156. Lubbione: nei teatri. Lo stesso che Loggione. In un palchetto del lubbione. Andare su in lubbione (Petrocchi).

157. Astorre  un nome raro, la cui imposizione era determinata dal valore augurale associato a quello del rapace astore, da cui deriva etimologicamente, prima come soprannome poi come nome e anche cognome. Questo personaggio, come si apprender dopo, non porta alto il suo nome glorioso, essendo un evidente traditore della causa. La sua astuzia  dunque nel significato etimologico del suo nome; il significato metaforico di astore era quello di uomo accorto, e da non levarcela pari. Che Astore! E un certo astore! La prima maniera si usa quando odesi o vedesi alcuno dire o far cosa per la quale si mostri accortissimo e previdente in utilit propria. La seconda quando altri, parlandoti d'alcuno, ti dice a buona fede averlo udito parlare come un santificetur; allora tu, sapendo che  de' cos fatti, per metterlo in guardia, gli canti: Se! Gli  un certo astore! (Fanfani 1863). Portano questo nome alcuni personaggi rinascimentali, quali Astorre Manfredi (1412-1468), signore di Imola e Faenza, e Astorre Baglioni (1526-1571), celebre condottiero. Su Astorre Manfredi aveva pubblicato un romanzo storico l'avvocato Cesare Monteverde (Astorre Manfredi, 1839), lo stesso autore dei Misteri di Livorno (1853-54), che aprirono in Toscana alla moda dei Misteri letterari.

158. Il proverbio suona cos: le montagne stan ferme e gli uomini camminano (e prima o poi s'incontrano). Nell'Orlando Furioso (XXIII, 1), si legge: Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.

159. Astorre dovrebbe essere stato esiliato, facendo un po' di calcoli, intorno al 1821, l'anno dei primi moti carbonari, visto che la diegesi dei Misteri dovrebbe svilupparsi intorno al 1842-43 in fase di preparazione dei moti risorgimentali del 1848, che in Toscana videro la cacciata del Granduca.

160. Propriamente la lesina  un attrezzo del calzolaio, ma per il valore metaforico di 'avaro', "persona che risparmia su tutto", dicesi comunemente a chi spende sottilissimamente, e tira a fare i pi minuti e anche sordidi risparmi. Originato dal noto libro della Compagnia della lsina. Suol dirsi anche ai cos fatti: Tu studj la lsina,
o Sei della compagnia della lsina (Fanfani 1863). Il fenomeno da baraccone proposto dal lestofante Lesina ha lo stesso nome del titolo di un racconto di Walter Scott (1771-1832) The black dwarf (1816), tradotto in Italia, nel 1822, con il titolo Il nano misterioso.

161. Assalonne, terzo figlio del re Davide, bello e ambizioso, tent di rivoltarsi al padre e di conquistare il trono.  qui ricordato (per antonomasia) per la sua folta capigliatura, che gli risult fatale. Una simile pettinatura  descritta in RV, VII (si veda qui RV, nota 68).

162. Il personaggio ha tutte le caratteristiche di un "proto-Mangiafoco" (se si eccettua quella cicatrice sulla guancia che ha il tocco da romanzo di avventure piratesche), sia nell'abbigliamento sia nei lunghi capelli, che sostituiscono la barba del burattinaio, e nello scudiscio che usa abilmente.

163. Qui inizia il paradossale discorso dell'imbonitore. La lunghezza del brano, che stride con i tempi della narrazione, lascia capire quanto Lorenzini tenesse alla rappresentazione di questa macchietta popolare. Si tratta di un topos umoristico che Collodi perpetuer, quasi identico, in AP, XXXIII, nella presentazione del ciuchino Pinocchio da parte del Direttore del Circo; ed ancora in SA, Pip lo scimmiottino, XIV, nella "parlata" del brigante Golasecca, ed infine in VIGI, XIII, nel paragrafo La foca ammaestrata. I due discorsi, quello di MF e quello di AP, erano stati confrontati, a suo tempo, da Renato Bertacchini (Bertacchini 1961, pp. 489-495), e, successivamente, da Fernando Tempesti (Tempesti 1988, pp. 97-99). Il discorso del furfante Lesina  pieno di strafalcioni (metropolitana per metropoli-, facolt medicea per facolt di medicina o medica-, Cartagine anzich cartilagine), di controsensi (gelate pianure della Zona torrida; un orologio d'argento vivo) e incongruenze verbali tipiche dell'analfabeta (una dissenteria invece di dissenso-, prendere cognato per prendere commiato-, nell'apoteosi per nell'ipotesi). L'arguzia e lo spirito che scaturiscono da questi qui pr quo linguistici sono alla base di tutta la comicit novecentesca, letteraria e attoriale (si pensi, per tutti, all'impareggiabile Tot).

164. Era questo l'"attacco" tipico dell'imbonitore di piazza, quasi uno standard dell'eloquenza da strada, tanto da risultare registrato nei lessici: comun. scherz. Il colto pubblico e l'inclita guarnigione (Petrocchi, s.v. inclito). Perfino Arnaldo Fusinato, nella poesia satirica Il Passatore a Forlimpopoli (1851), fa uso di questo stilema: Colto ed incolto pubblico, / Inclita guarnigione, Attenti ben - la classica / Odierna produzione / E un dramma intitolato: / Il prestito forzato (Poesie patriottiche, Milano, Carrara, 1871, p. 96). Si veda inoltre Opere, AP, pp. 1018-1019, nota 185.

165. Qui si esprime la verve sarcastica del Lorenzini nei confronti di un altro luogo comune dell'umorismo ottocentesco: il sistema di Gall, ovvero le teorie frenologiche del dottor Franz Joseph Gall (1758-1828). Il medico tedesco aveva formulato, in quell'inizio dell'Ottocento, una teoria scientifica destinata a scuotere profondamente le coscienze. Attraverso una lunga ricerca sui crani umani, aveva stabilito che nel cervello degli uomini si potevano individuare delle aree in cui risiedevano differenti organi, ognuno dei quali associabile ad una precisa facolt mentale, o ad una
predisposizione. Questi organi modellavano il cranio, definendo quelle caratteristiche bozze (o bernoccoli), che potevano essere riconosciute dal frenologo esperto palpeggiando la calotta cranica. Da tali teorie deriva il modo di dire avere il bernoccolo, 'avere una capacit innata per qualcosa'. L'organologia del dottor Gall aveva cos riconosciuto ben 27 organi, tracciabili in una precisa mappa frenologica del cervello umano: propagazione; affettivit; astuzia-, benevolenza, ecc. La teoria, improbabile e fallimentare (ma Gall ebbe il merito d'essere stato uno dei primi indagatori del cervello umano, avviando cos le moderne ricerche frenologiche), ebbe un successo travolgente, dando luogo a un folto seguito di allievi ed imitatori. La sua teoria materialista, subito criticata e condannata, avrebbe aperto la strada alle indagini positiviste e a tanta antropologia successiva. Tutto il mondo parlava delle bozze craniche e degli "organi del cerebro". La letteratura ottocentesca fu affascinata da questa teoria, e agli scrittori che avevano preso sul serio le idee di Gall, si contrapponevano quelli che ne facevano ironiche satire. Nelle opere di Balzac, uno dei grandi letterati che lo ammirarono, la frenologia compare spesso. Al contrario, Giuseppe Giusti, mise in testa al suo Gingillino il bernoccolo del ladro; Manzoni faceva colpire da una pietra la protuberanza sinistra della profondit metafisica sulla testa del Capitano degli alabardieri, chiamato a difesa del forno assaltato dalla folla; Giovanni Rajberti affermava categoricamente che nel bel paese  meglio nascere col bernoccolo del ladro che con quello dello scrittore. E si potrebbero citare decine di testimonianze letterarie di questo tenore. Collodi in questo si rivela doppiamente ironico: colpisce le teorie del dottor Gall facendo l'analisi di quella piccola Cartagine ossea del bubbo obbocchio e, allo stesso tempo, denigra il medesimo scienziato storpiandone il cognome. L'identica storpiatura e il tono ironico del brano giungeranno, come abbiamo detto, integralmente in AP (cfr. Randaccio 2006, S come sistema di Galles, pp. 89-102).

166. Questo strano termine  indubbiamente uno dei tanti strafalcioni dell'imbonitore. Sembrerebbe leggibile tra le pieghe della sua ignorante facondia qualcosa come il bulbo dell'occhio-, ed infatti in AP diverr il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. Analoga storpiatura, vicina al linguaggio infantile, potrebbe leggersi nel successivo plobemi ('problemi').

167. Il Nano ha il nome di uno dei pi famosi personaggi delle Mille e una notte-, forse c' il tentativo di far risaltare il misterioso esotismo del Nano per mezzo di un'onomastica dal sapore orientale. Qualcosa di simile accade in SA, Pip, quando veniamo a conoscere il nome del vecchio coccodrillo tormentato dallo scimmiottino colore di rosa: Arab-Babb.

168. Questa espressione, per quanto comune a prima vista (si pensi a sano come un pesce, o come una lasca), Collodi la recupera da Friedrich Schiller (1759-1805) e precisamente dal dramma I masnadieri (1781), Atto I, scena I. Lo stesso palese richiamo letterario si legge in RG: - E Federigo sta bene? - Come un pesce nell'acqua - rispose Clarenza, per fargli capire che aveva letto i Masnadieri di Schiller.

169. Adsum: presente! Un latinismo usato con ironia. La presenza
di numerose parole e locuzioni latine nell'opera di Collodi  da imputare, oltre agli studi in seminario e a quelli classici presso gli Scolopi, alla coabitazione con il prete grecista Ulisse Zipoli: cfr. Paolo Lorenzini (Collodi Nipote), Collodi e Pinocchio, 2a ed., Firenze, Salani, 1981, p. 3.

170. Si tratta di uno dei tanti personaggi (come richiesto da ogni buon romanzo sociale, anche questo doveva avere un gran numero di personaggi e comparse) a cui si fa solo cenno, senza la possibilit di vederne sviluppato il ruolo, data l'interruzione del romanzo al primo volume. Roccastrada  comunque una cittadina toscana nel Grossetano: il toponimo poteva essere eufonico per Lorenzini e dunque scelto per questo e trasformato in cognome.

171. Il mito del giovane Atteone  narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (3, 238-252): il leggiadro cacciatore aveva spiato la dea della caccia mentre faceva il bagno con alcune ninfe; per questo sacrilegio Atteone verr trasformato in un cervo e finir sbranato dai suoi stessi cani.

172. Malvina, nome d'origine gaelica, cominci ad aver una certa diffusione in Italia perch presente nei Canti di Ossian tradotti in italiano da Melchiorre Cesarotti (1730-1808). Come  noto, il poema di James Macpherson (1736-1796) era stato spacciato come rielaborazione e traduzione di un antico testo gaelico scritto nel III secolo. Anche il nome Malvina nasceva dunque da questa rivisitazione dell'antico mondo gaelico: maol-mihn "fronte liscia".

173. Il tentativo di mascheramento dei connotati da parte di Draconi/Santa-Fiora ricorda quello, attuato per ragioni differenti ma ugualmente motivate dalla volont di rendersi irriconoscibile, dal personaggio del Maestro di Scuola, nei Misteri di Parigi di Sue: il delinquente si sfigurer il volto con il vetriolo. Ma questa abilit nei travestimenti e nel mutamento di personalit ricorda anche un altro grande personaggio della letteratura francese: l'imprendibile Vautrin di Balzac.

174. Definizione che ben si attaglia alle nuove abitudini assunte da Santa-Fiora e alla sua ostentata vita di benestante; epicureo: chi fa la vita oziosa e egoistica (come non intendeva Epicuro!) (Petrocchi).

175. Questa  la prima delle osterie presenti nell'opera di Lorenzini, la pi celebre delle quali  senza dubbio l'Osteria del Gambero rosso di AP. Non bisogna dimenticare anche quella gestita dall'oste Moccolino, l'Osteria delle Mosche, in Pip. Certamente la necessit di introdurre nel romanzo una scena in un'osteria (anche se tipicamente fiorentina) era determinata dal modello ispiratore: nei Misteri di Sue la vicenda iniziale si sviluppa infatti proprio nel famoso tapis-frane dei bassifondi parigini.

176. Breve digressione atta a dispiegare dinanzi agli occhi del lettore i meccanismi propri del "romanzo sociale". Anche quest'uso di scene invernali e piovose, come l'incipit del romanzo,  adattato agli stilemi gi esplicitati nella ricetta del professor Pagliano.

177. Pannolano,  quel tessuto di lana largo come un lenzuolo, che si tiene sotto il coltrone nell'inverno per non soffrir freddo nel letto. E al plurale indica ogni qualit di panni tessuti di lana, ma piuttosto ordinarii (Fanfani 1863).

178. Questi due soprannomi fisionomici, il Giunco di padule e la Balla di cotone, che definiscono immediatamente i due avventori dell'osteria, hanno il sapore ironico di tanti soprannomi toscani presenti in molte opere di Collodi, ma devono qualcosa anche alla maniera della "soprannominazione" propria dei Misteri di Parigi.

179. Lausdeo! o Laus deo! Esci, di contentezza quando finisce una cosa noiosa o che andava per le lunghe, o quando ci viene cosa lungamente aspettata (Petrocchi). Identica esclamazione si legge nel canto XXXVII del Poeta di teatro, in un episodio che, guarda caso, si svolge proprio all'interno di un'osteria (Pananti, p.145).

180. I due tentano di spacciarsi per inglesi (milordi travestiti, con un improbabile nome lohn), ma con scarsa possibilit di passare inosservati: a Firenze, ci insegna Lorenzini, tutti sanno tutto, tutti conoscono tutti. Il loro tentativo, tuttavia,  giustificato dalla forte presenza della colonia inglese nella capitale del Granducato, culla del Rinascimento e meta obbligata del Grand Tour europeo.

181. La gargotta indicava la taverna: osteriuccia, dove si mangia senz'apparecchiare (Petrocchi). Il termine  giunto in Italia dalla Francia (gargote), attraverso i dialetti piemontese e lombardo.

182. Civaie: ogni genere di legumi (Petrocchi).

183. Il soprannome Fringuello ha una evidente valenza ironica, dato che si tratta di un oste melomane: aveva l'abitudine di canterellare (stuonando sempre) i motivi pi popolari delle opere in voga.

184. Una identica considerazione sull'arte mancata di Benvenuto Cellini come suonatore di flauto (ironicamente di piffero),  presente in RV, XV (si veda qui RV, nota 126).

185. Uno dei tanti strafalcioni in bocca al popolano incolto: ovviamente l'oste intendeva dire la battaglia di Waterloo, celebre per la sconfitta definitiva di Napoleone Bonaparte nel 1815.

186. Gi nel 1800 Vincenzo Monti (1754-1828) aveva usato il termine rostbif, adattamento italiano dell'anglicismo roast-beef. ("Ccarne di manzo arrostita"); il termine ebbe anche altre forme grafiche: rosbif e rosbiffe. Rosbiffe, carne per lo pi nella lombata che si cce arrosto (Petrocchi). Si veda inoltre Opere, ON, p. 882, nota 54.

187. Un tipo di cappello alla fiamminga (cos come altri cappelli di discendenza artistica: alla Van Dick, alla Rembrandt) a larghe falde, legato al nome del grande pittore Pieter Paul Rubens (1577-1640), ma che ben si addice al giovanotto, che, come si scoprir pi avanti, fa di professione il pittore.

188. A quadriglie scozzesi (dal francese quadrill), cio "a quadri", secondo il disegno dei kilt scozzesi: di stoffe a scacchi e quadrettini (Petrocchi).

189. La grafia italiana del termine inglese milord poteva variare da milordo a mi-lorde (il Chiabrera aveva scritto milorte; cfr. Migliorini 1983, p. 580).

190. La beduina era un mantello lungo con cappuccio che le donne si mettono, specialmente uscendo dal teatro (Petrocchi).

191. Ominacci: plurale di Omaccio. E di uso comune (Fanfani 1863). Lo stesso
lessico alla voce Omaccio spiega: dicesi generalmente per uomo di mala vita; ma anche per uomo strano, brontolone.

192. Nome dalle antiche origini greche, con valore augurale: rodn "rosa" e ps "aspetto", reso celebre, nell'antichit, perch nome di una etera divenuta proverbiale per la sua bellezza. In questo caso un nomen omen, se si guarda alle future vicende della bella compagna del pittore. Rodope  la confidente di Medea nella Medea di Giovan Battista Niccolini (1782-1861).

193. Il termine indicava una persona grassa, ma anche, per metafora, "imbronciata" (con le guance 'gonfie') e dunque "boriosa", come in questo caso.

194. Oliviero  malato di bovarismo, e le ragioni della differenza di classe sociale, vedute nitidamente da Pope, sono travisate dal pittore, che crede possibile che una gran dama si innamori di un uomo senza titoli e senza carrozza. E, in effetti, questo  un tema ricorrente nei romanzi di Balzac come in molta letteratura ottocentesca. Oliviero, inoltre, secondo le leggende cavalleresche  il fratello di Orlando; questo ne spiegherebbe, ironicamente, certa sua "cavalleria".

195. Drusiana (o trusiana) indicava donna di mal affare. Anche per ingiuria (Petrocchi). Il termine deriva dal nome proprio di un personaggio femminile di alcuni poemi cavallereschi come Bovo d'Antona e I Reali di Francia; indicava anche una "donna sciatta e scostumata" (cfr. Migliorini 1968, p. 164).

196. Sorprende questa Pope che, ricorrendo a esempi storico-letterari per sostenere il proprio giudizio sull'amore possibile tra una donna ricca e un uomo povero, cita un momento drammatico della vita di Torquato Tasso, divenuto a sua volta il tema di un'opera lirica di Gaetano Donizetti, il Torquato Tasso (1833), appunto. Si potrebbe pertanto pensare che la Pope conoscesse l'episodio tassiano attraverso questa reinterpretazione lirica; subito dopo, tuttavia, si apprende che la ragazza ha tratto queste notizie sulla vita del poeta (e sui luoghi di sofferenza e di cura della sua malattia mentale, San Bonifacio e Sant'Onofrio), da un libro acquistato sui muriccioli del palazzo Riccardi, forse la biografia scritta dall'abate Pierantonio Serassi (La vita di Torquato Tasso, Roma, 1785), pi volte ristampata anche in Toscana (cfr. Opere, M, p. 834, nota 23).

197. Il verbo puticchiare in Toscana significa "litigare, battibeccare" (la puticchia  una variet di cincia); non abbiamo trovato registrata la locuzione qui usata da Collodi: avere (farsi venire) ilputicchio, con l'evidente significato di "farsi venire la strana idea, avere la fissazione"; possiamo associarlo alla locuzione avere il puntiglio.

198. L'oste filodrammatico pronuncia questa frase a effetto con enfasi teatrale, alla ricerca del consenso del pubblico.

199. Qui, il rispetto del nome, non  dato solo da necessit di privacy o di garantirne il puro valore onomastico: si tratta piuttosto di quella naturale deferenza che un plebeo riserva a un nome nobile. Oliviero, per quanto ostenti una partecipazione alla causa rivoluzionaria,  ancora succube dei ruoli imposti da una societ aristocratica. Pope, pur destinata a cedere,  genuinamente ribelle.

200. Icasse: la consonante x come lettera dell'alfabeto [...]  Gambe a icasse,
fatte a icasse. Storte e molto piegate in fuori. Pare un icasse (Petrocchi). A dire il vero, il cognome Meeting non finisce per x, ma l'oste, che ha udito un nome straniero, banalmente lo riconduce a quella finale in icasse perch sentita come una consonante alloglotta.

201. Il Petrocchi alla voce apostolo registra anche questa accezione: Mani e piedi d'apostolo. Spropositati. Nell'immaginazione del popolo c' che gli Apostoli dovessero essere uomini pi grossi degli altri, perch di persona che abbia i piedi grandissimi e' suol dirsi che ha i Piedi d'Apostolo (Fanfani 1863). Esisteva anche un altro modo di dire accostabile a quello in esame: mano da San Cristoforo per "mano molto grande". La leggenda cristiana voleva che il Santo traghettatore fosse rappresentato come un personaggio gigantesco, pertanto la fantasia popolare ha costruito locuzioni deonimiche relative alla acromegalia del medesimo. Bruno Migliorini (1968, p. 129) aveva gi specificato quest'uso deonimico, ma faceva riferimento al piede del Santo: piede di San Cristoforo, p d'San Cristofo, p de san Critfen, pie de san Cristfolo, "piedaccio, piedone".

202.  divertente notare come Oliviero, ancora innamorato della nobildonna, ne prenda le difese con una locuzione eufemistica tale da smorzarne la deformit: la sua spalla dritta  pi ambiziosa della mancina.

203. Dar la quadra, vale dar la burla, censurare, e vale anche uccellare, motteggiare, dir male di questo e di quello mentre egli passa (Fanfani 1863).

204. Un tono goliardico anima questa battuta di gusto classico, ma non dimentichiamo che molti degli appartenenti ai gruppi rivoluzionari risorgimentali erano studenti universitari. Lo stesso Lorenzini part volontario nel 1848. Quando poi si ripresenter per la campagna del 1859, falsificher le carte anagrafiche e si classificher studente (cfr. Tempesti 1980, p. 41).

205. Definizione pseudoscientifica, che trasforma l'ardore di un popolo in un movimento fisico-fisiologico. C' il sarcasmo di un attivista deluso, ma c' anche una visione del Popolo come "organismo vivente", entit a s stante: termini riconducibili al pensiero di Hegel e cari alla politica ottocentesca, specie d'ispirazione democratica. Si veda anche Elias Canetti, Massa e potere, Milano, Adelphi, 1981.

206. Ubia, ma ubbia: opinione, o pensiero superstizioso o malauguroso. Il Ripugnanza, avversione a far checchessia (Fanfani 1863). Potrebbe trattarsi di un refuso, ma, con questa grafia, risulta registrata nel Petrocchi come voce morta o desueta, d'uso limitato al pistoiese e a Lucca: la troviamo, infatti, attestata nel Vocabolario lucchese (1902) di Idelfonso Nieri. La stessa grafia ritorna in un altro testo del Lorenzini, Gli amici di casa.

207. Un can Cerbero: Il famoso cane mitologico [...] Fig. Aguzzino.  Fig. Pare un cerbero. Faccia da cerbero. Di persona truce (Petrocchi). Il gesto di chiudergli la gola  recuperato da un celebre passo dell'Inferno dantesco (VI, 13 sgg.: Cerbero, fiera crudele e diversa, / con tre gole caninamente latra /[...]/ le bocche aperse e mostrocci le sanne; / non avea membro che tenesse fermo. / E '1 duca mio distese le sue spanne, / prese la terra, e con piene le pugna / la gitt dentro a le bramose canne).

208. Scipione  nome di origini classiche, la cui fama e diffusione verr rafforzata attraverso il richiamo fatto da Goffredo Mameli (1827-1849) nell'inno Fratelli d'Italia (1847): Dell'elmo di Scipio si  cinta la testa.

209. Battuta velenosa dello scrittore, che ebbe qualche giovanile velleit poetica. Una prima, e al momento unica, indagine su Lorenzini poeta  quella pubblicata da Daniela Marcheschi (Collodi, le satire del signor no) sul Sole 24 ore
dell'11 aprile 2010.

210. Chiassuolo o chiassolo: strada traversa, stretta, meno che Vicolo. Questi chiassoli sarehber freschi, ma son sudici (Petrocchi).

211. Questo alternante scambio di battute riprende stilemi tratti dall'opera buffa, con la sovrapposizione e la contraddizione tra due parlanti (o cantanti); ma, soprattutto, ricorda anche quel crescendo di titoli reverenziali che Pinocchio rivolge a Mangiafoco in AP, XI: - Piet, signor Cavaliere!... - Qui non ci sono cavalieri! - Piet, signor Commendatore!... - Qui non ci sono commendatori! (cfr. anche Opere, AP, p. 962, nota 84).

212. Finalmente veniamo a sapere generalit e professione del focoso giovane e della sua compagna, che esercita anche un secondo lavoro come cucitrice di bianco (a tempo avanzato; oggi si direbbe part time). Il termine pi comune sarebbe stato cucitora, mentre cucitrice risultava non popolare: Cucitora per cucitrice  di uso comunissimo in Toscana, dove cucitrice non si sente dire quasi mai, anzi chi il dice passa per lezioso (Fanfani 1863).

213. Issofatto, forma popolare e semplificativa per ipso facto "immantinente, subito" (cfr. Beccaria, p. 10).

214. Un sarcasmo amaro muove queste battute di Lorenzini, lui che aveva provato a fare l'italiano nel 1848, e che di l a poco ci riprover, nel 1859, come abbiamo detto. Palese  l'accusa contro la mancanza di ideali di molti suoi connazionali: essere italiano sembra quasi un'offesa (misuri i termini!). Bisognava fare l'Italia, ma soprattutto fare gli italiani (come recitava la celebre battuta di d'Azeglio): questo era lo scoglio da superare per la Nuova Italia che sorgeva dalle ceneri del Risorgimento.

215. Razzatura: i medici lo dicono per que' rossori che vengono sulla pelle a cagione di leggera flogosi e si spandono a modo di raggi (Fanfani 1863).

216. Nomignolo trasparente. Agonia: soprannome dato spesso a persona macilenta e rifinita, che a fatica ha tanto fiato da respirare (Fanfani 1863). Qui l'uso dei soprannomi  forzato anche dalla volont di imitare il filone letterario dei Misteri: si cerca cos di proporre una declinazione nostrana dei vari Civetta o Maestro di scuola del Sue. Ma si consideri anche come la tendenza ad assegnare soprannomi ridicoli e spesso "parlanti" sia una caratteristica tutta toscana e, in particolare, fiorentina.

217. Quartana: di febbre il cui parossismo succede ogni settantadue ore.  Per sim. Pi noioso della febbre quartana (Petrocchi). Lo sverzino  una sorta di legno, verzino.   il viso rosso come lo sverzino. Molto rosso (Petrocchi).

218. La morte ci ha a trovar vivi: noto proverbio (cfr. Giusti 1884, p. 19). Agonia, cosciente di avere i giorni segnati, vive quotidianamente a contatto con la morte e, paradossalmente, si costruisce una propria filosofia di vita che gli consente di esprimere simili pensieri, tratti dalla paremiologia popolare e ispirati ad una visione stoica e pessimistica del mondo.

219. Lucignolo: Secco o sottile come un lucignolo, si dice a persona lunga e scarna; e a persona estenuata da malattia (Fanfani 1863). Come  noto  questo il soprannome dell'amico di Pinocchio (che in realt si chiama Romeo). A suo tempo avevamo mostrato come, proprio attraverso il valore metaforico della locuzione essere al lucignolo!essere al lumicino ('moribondo'), quel soprannome segnasse il destino del ragazzo, che, trasformato in un ciuco, muore rifinito dalla fame e dal troppo lavoro (cfr. Caffarelli-Randaccio, p. 222).

220. Pipiona: cos chiamasi comunemente un vino grave e smaccato che viene dalle coste della Spagna (Fanfani 1863). Probabilmente il personaggio cos soprannominato  un bevitore di questo o di altri vini scadenti. Qualche riga sotto si legge ancora un soprannome, quello della sconosciuta Pettirossa.

221. La Banca Fenzi era nota anche come "Cassa di sconto", ed era stata fondata a Firenze nel 1821 da Emanuele Fenzi (1784-1875), industriale, discendente di una ricca famiglia toscana che aveva accresciuto il proprio capitale con la produzione e il commercio del tabacco. La Banca Fenzi era tra i principali finanziatori dell'impresa di costruzione della Ferrovia Leopolda, che da Firenze andava a Livorno.

222. In questo colloquio tra due popolani, lo scrittore accentua i fiorentinismi e i riboboli al fine di "colorare" linguisticamente la scena. La materassa  la voce toscana per "materasso"; stecchito, nella terminologia popolare del gioco del Lotto, vale "secco" (cos come, pi avanti, si legger strazione per "estrazione del Lotto").

223. Agonia, che , anche, tisico, sputa sangue di un colore simile a quello della nappa rossa (ornamento fatto di pi fili di seta o lana, legati insieme per guisa che formino un mazzocchio, che si pone agli estremi de' cordoni, Fanfani 1863), che veniva messa per ornamento sui finimenti dei cavalli o decorava l'abbigliamento di chi li conduceva (barbereschi).

224. Il significato di stramoggiare ('abbondare'), indica l'et della ragazzina approssimata per eccesso. Acchitare  termine tratto dal gioco del biliardo, significa "mandare la palla con la stecca in un preciso punto del biliardo", quindi, in senso metaforico, "contattarla per i propri fini, per i propri interessi".

225. Giallone: il colore della faccia, dovuto alla febbre quartana, determina questo appellativo.

226. Un ette, cio un "et": la minima cosa. Non mi importa un ette di lui. Manc un ette che non cascasse (Petrocchi).

227. Faloppone  accrescitivo Ai faloppa, che indica il "bozzolo del baco da seta non portato a termine", e che, in senso figurato, significa uomo bugiardo e millantatore (Petrocchi).

228. Gigliato: che ha l'impronta del giglio. Fiorini, Zecchini gigliati, quattrini gigliati.  Son denari gigliati. Sicuri, che non si perdono. Pi com. Quattrin gigliati. E anche di qualunque cosa sicura (Petrocchi).

229. Il francescone era una moneta toscana di 10 paoli, detta cos perch le prime furono coniate da Francesco di Lorena (Fanfani 1863).

230. La locuzione fare dei chiodi vuole dire "fare debiti", Lorenzini vuol significare quindi che quel bel giovine  indebitato fino ai capelli.

231. Aver pi debiti, che la lepre. Essere molto indebitato (Fanfani 1863).

232. averne pochi degli spiccioli, dicesi per met. di persona che non sopporta scherzi, e che facilmente monta in ira ecc., e per pi efficacia dicesi anche averne pochi degli spiccioli e meno da spicciolare (Fanfani 1863). Sappia stare al chiodo, in questo caso, ha il significato di "garantire una certezza, assicurarla stabilmente"; la locuzione pi comune  mettere il chiodo a una cosa.

233. Algerina: cappetta leggiera da mezzi tempi (Petrocchi).

234. La biblica figura di Susanna accusata falsamente di adulterio da due anziani, i "vecchioni" dell'iconografia popolare (che avevano tentato di concupirla), era divenuta una antonomasia morale, che rasentava l'ironia: La casta Susanna. Chi affetta un certo pudore matronale (Petrocchi).

235. Fuffigno: S'usa anche per nodo o accavallatura che si trovi nel dipanare una matassa; e pi genericamente per qualsiasi confusione o imbroglio che s'incontri nelle fila di un tessuto o di lavori di paglia o di cucito. Per metafora dicesi anche ad un affare imbrogliato, e pi specialmente ad un intrigo amoroso (Fanfani 1863).

236. Lo stesso che con le pive nel sacco: Con le trombe nel sacco, vale non avere ottenuto lo scopo della propria missione, non esser riuscito ad ottenere qualche cosa. Espressione un poco umiliante, che ha origine dalle ritirate militari, nelle quali le trombe non sonavano; e volendo far credere, che il silenzio dipendeva dall'esserne privi, le nascondevano nel sacco (Fanfani 1863).

237. Voce squarciata, cio voce che squarcia l'aria, forte e fastidiosa: Gridava aiuto con quella voce quarciata (...) Vociaccia squarciata (Petrocchi). La voce  anche forestiera e pertanto ripete il nome con una pronuncia errata (Pipionna).

238. La Compagnia della Misericordia era la confraternita fiorentina incaricata del trasporto dei morti e dei feriti: il suono della Campana della Misericordia annunciava questi eventi (dal numero di rintocchi si poteva capire se suonava a morto).

239. Scapato: Dicesi familiarmente di uomo di poco senno, senza considerazione, avventato (Fanfani 1863).

240. Come non vedere, in queste parole, una reminiscenza autobiografica di Lorenzini, imprigionato di quattordici anni nel Seminario di Colle Val d'Elsa: sicuramente, anche lui, uno scapato giustificabile e forse redento.

241. Merlo: Che merlo! Si dice per significare che altri  un furbo, bench faccia apparentemente il semplice; e dicesi  un certo merlo! Il Merlo quello poi dicesi per Minchione (Fanfani 1863). Ma ricordiamo l'episodio di AP, XII, quando un merlo bianco (certo straordinario nella sua livrea di penne) mette in guardia il burattino sui rischi che corre a dar retta alla Volpe e al Gatto (da cui, infatti, il merlo stesso verr divorato). Cfr. Opere, AP, pp. 964-965, nota 89.

242. Il paretaio  quell'ajuola, dove si distendono le reti
dette paretelle per coprire gli uccelletti che, allettati dal canto de' compagni ingabbiati e dello zimbello, si posano su la frasca; mente il pernione  la verga impaniata per uso di pigliare i pettirossi e altri uccelletti (Fanfani 1863).

243. Il Conte  abbigliato come un fantino (jockey), con tanto di cappellino, speroni e l'immancabile cravache, il particolare frustino dei fantini.

244. Mogogano, mogogon o magogano: Meno comunemente Mogano. Sorta di legno pregiato (Petrocchi).

245. La descrizione fisica del Conte Calami corrisponde a quella di molti altri quissimili personaggi collodiani. In particolare, la figura del Conte viene trasferita interamente in M, I rondoni e le mosche, nel personaggio del Barone Cinagri, che riprende le stesse caratteristiche morali e fisiche, tranne quell'attributo di Para-faragamus, attestato, come un prezioso unicum nelle pagine dei Misteri. Parafara-gamus (o meglio Parafaragaramus)  il nome di un personaggio, il cui ruolo  quello di enchanteur, presente in particolar modo nella letteratura francese d'inizio Settecento. Lo ritroviamo in alcune Continuations del Don Chisciotte ad opera di Filleau St. Martin e di Robert Challes; ma viene anche citato in un testo teatrale di Jean-Jacques Rousseau, L'Arlecchino innamorato. Sicuramente la fama del personaggio e la relativa antonomasia, che Collodi utilizza per l'accostamento con la statura gagliarda e ben squadrata del Conte, era stata determinata dall'opera di Sophie de Sanneterre (1772-1822, meglio nota come Mme de Renneville), Parafaragaramus, ou Croquignole et safamille (Paris 1817), dove il personaggio dell'incantatore raggiunge dimensioni titaniche (cfr. Randaccio 2006, O come orco, pp. 65-72).

246. Mobiliare: fornir di mobilia. Per mobiliare una casa ci vogliono di bei denari (Petrocchi). Il filo d'Utrecht  chiaramente riferito alla citt olandese, famosa per il suo velluto (velluto di Utrecht), con cui si tappezzavano mobili e pareti.

247. Il Conte di Culagna  un personaggio non certo positivo ( un pavido) del poema eroicomico di Alessandro Tassoni (1565-1635), La secchia rapita (1624). Il Conte Calami ostenta in tutto questo capitolo una buona cultura umanistica e classica e, in fondo, proprio questo  ci che lo differenzia da altri orchi letterari. La sua cattiveria e malignit  accompagnata da una intelligenza che va oltre la furbizia. Il Conte  un uomo colto, quindi appartiene alla peggior specie di "cattivi".

248. Far l'astratto. Far vista di non sentire, vedere (Petrocchi).

249. Esistono alcuni quadri e incisioni che rappresentano Napoleone Bonaparte con le braccia incrociate sul petto, mentre osserva l'oceano da un promontorio dell'isola di Sant'Elena.  probabile che Lorenzini ne fosse a conoscenza o che quel gesto e quella posizione fossero divenuti una sorta di "antonomasia iconografica"; cos come una antonomasia linguistica  l'espressione l'esule di Sant'Elena per indicare Napoleone.

250. Abbacare significa fantasticare senza proposito (Fanfani 1863).

251. Affacciare un dubbio, una questione, un diritto. Presentarla. Metterla in campo (Petrocchi ).

252. Si tratta dei primi versi delle Bucoliche di Virgilio:
Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi; e delVincipit del De oratore di Cicerone: Cogitanti mihi saepe numero et memoria vetera repetenti.

253. La banca Fould era una potente istituzione commerciale parigina, di grande prestigio nella finanza europea di quella prima met dell'Ottocento. Uno dei membri pi noti della famiglia fu Achille Fould (1800-1867), finanziere e uomo politico.

254. Da molto tempo i due grandi poemi omerici erano divenuti metafora. L'Odissea,  sinonimo di "lunga serie di peripezie e di viaggi"; mentre l'Iliade, in senso traslato, identifica una
"lunga serie di vicissitudini, di guai, di sventure". Lorenzini, nel far uso di quest'ultima antonomasia, si affianca a scrittori quali Manzoni, Fogazzaro (Iliade di guai) e Guerrazzi (Iliade d'odio). Si veda al riguardo Roberto Randaccio, La desinenza in - El DE. Per lo studio di un modello onomastico letterario (in RIOn, Rivista Italiana di Onomastica, XI, 2005, 2, pp. 397-414).

255. La camicia di Nesso , secondo il mito greco, la veste indossata da Ercole e intrisa del sangue di Nesso, il centauro da lui ucciso. Sar questa camicia la causa della morte del semidio: l'indumento avvelenato dal sangue del centauro aderir alla pelle di Ercole bruciando come se fosse fuoco. Da allora  rimasta proverbiale: avere la camicia di Nesso in senso figurato vuol dire essere in una situazione grave, dolorosa, torturante (Pittno, p. 37). Collodi far ancora uso di questa locuzione in ON, Giornali e giornalisti: Il giornalismo  la camicia di Nesso: una volta infilata e messa addosso, non c' verso di levarsela pi. Si veda anche Opere, ON, pp. 879-880, nota 47.

256. In diciottesimo. Molto piccolo. Eroe in diciottesimo (Petrocchi). Il diciottesimo (18) era un formato di stampa, il pi piccolo, quindi la metafora valeva per un Petrarca in miniatura.

257. Questo paradosso anticipa di una quindicina d'anni quello concepito da Narciso Feliciano Pelosini (1823-1896) nel lungo racconto Mastro Domenico (1871 ). In una sorta di moderna fiaba politica, Pelosini racconta di un originale falegname e maestro di scuola, toscano di nostalgiche tradizioni filo-granducali, che, addormentatosi sotto l'ombra di un pino, si risveglia vent'anni dopo, ad Unit d'Italia avvenuta. Uno choc irrimediabile per Maestro Domenico, incapace com' di accettare i mutamenti politici, sociali e di costume avvenuti durante quella lunga dormita. Il soggetto non era originale: come ha notato Enrico Ghidetti, si trattava di un travestimento in panni toscani del celebre Rip van Winkle dell'americano Washington Irving (Toscani dell' Ottocento, p. 195).

258. Secondo De Lorenzi, da parte di Collodi era evidente la condanna di certe letture compiute (clandestinamente o no) in et prematura: Voltaire, negatore dei sentimenti, Helvetius teorico dell'egoismo, Louvet de Couvray creatore del personaggio di Faublas, ragazzo sedicenne dedito ai facili amours. L'influenza di questi immoralisti settecenteschi sui giovinetti della met del secolo scorso ci lascia qualche dubbio. Passi per Louvet de Couvray, piacevole anche ai nostri giorni, ma Voltaire e Helvetius non erano troppo datati all'epoca in cui dilagava la narrativa romantica e andavano di moda i Misteri? (De Lorenzi, p. 42). Franois-Marie Arouet,
detto Voltaire, grande scrittore e filosofo, cos come Claude-Adrien Helvtius, non hanno bisogno di commenti. Jean-Baptiste Louvet, detto Louvet de Couvray (1760-1797), definito l'ultimo dei libertini,  autore del romanzo Les amours du chevalier de Fauhlas (1793), opera che oscilla tra erotismo e moralit, volutt e virt. Lo scrittore era molto noto ai tempi della Rivoluzione francese, anche per le sue idee repubblicane, pur essendo avverso a Robespierre. La pietra infernale citata prima  il nome popolare per il nitrato d'argento.

259. Altra citazione d'origine classica da parte del Conte Calami. Si tratta del racconto mitologico di Ero e Leandro. Leandro raggiunge ogni notte l'amata Ero attraversando a nuoto l'Ellesponto, guidato da una fiaccola che la ragazza tiene accesa. Una notte di tempesta la fiaccola si spegne e Leandro, perso il riferimento, affoga nel tentativo di raggiungere la riva. Ero, alla vista del suo cadavere rigettato a riva dalle onde, si uccide per la disperazione.

260. Lorenzini si riferisce alla sanguinosa battaglia, avvenuta nel febbraio del 1840 a Mazagran, un villaggio vicino a Mostaganem in Algeria, tra i soldati francesi agli ordini del capitano Lelivre e i soldati algerini di Abd el-Kader. L'assedio alla fortezza di Mazagran e la battaglia durarono 5 giorni, e i francesi riuscirono a difendere l'avamposto nonostante l'inferiorit numerica (123 francesi contro un migliaio di algerini). L'episodio, immediatamente mitizzato dalla propaganda nazionalista francese, divenne, nell'immaginario collettivo, un esempio di estremo ardimento.

261. Strozzare: si dice per prestare denari con usura ingordissima. Es. : P. ha bisogno di denari: vuol chiedergli a G., il quale glieli dar, ma strozzandolo. E cos vale/ars strozzare, pigliare in prestanza da uno strozzino (Fanfani 1863).

262. Il faraone era una specie di gioco di azzardo. Perse mille lire al faraone (Petrocchi). Si tratta di uno dei giochi di carte pi diffuso, in Italia, nel Settecento, in particolare a Venezia, che in quegli anni aveva un ruolo importantissimo come "Citt del gioco". Si giocava con due mazzi, con un numero illimitato di giocatori, uno dei quali teneva il banco. E spesso ricordato da Giacomo Casanova (1725-1798), che, nelle sue Memorie, ne descrive tecniche e trucchi.

263. Il Conte Calami allude alla cicalata di Cicerone (Laelius de amicitia), dedicata all'amico Pomponio Attico, per permettersi poi di reinterpretare in chiave moderna la celebre locuzione latina. Ma la stessa locuzione era, a sua volta, una variante colta; infatti, l'affermazione amicus Plato, sed magis amica veritas, ascritta ad Aristotele, nella forma amicus Socrates, sed magis amica veritas, era stata attribuita a Platone da Ammonio di Alessandria (440-523), autore della Vita di Aristotele.

264. La Gonfolina  una strettoia dell'Arno nei pressi di Signa: un enorme affioramento roccioso di arenaria che forma uno sbarramento naturale. Per secoli da questa zona si cav la pietra serena, utilizzata in moltissime costruzioni fiorentine. Il luogo  anche detto il Masso della Gonfolina o il Masso delle Fate, e vi sono ambientati molti racconti popolari.

265. La parola francese chaiselongue proprio in quegli anni stava attestandosi in Italia con alcuni adattamenti grafici basati sulla pronuncia: cislonga, sislunga, fino
alla traduzione letterale sedia lunga. Il termine era condannato dal Lessico dell'infima e corrotta italianit: Cislonga. Tal voce  un orribile gallicismo, anzi una sciocca corruzione della Chaise longue francese (Fanfani-Arla 1911, p. 94). Charles-Antoine-Guillaume Pigaultde l'pinoy, detto Pigault-Lebrun (1753-1835), romanziere e drammaturgo francese, tra le sue numerose opere, scrisse il romanzo d'avventure L'Enfant du carnaval (1792), riscuotendo un vasto consenso di pubblico. Il titolo riportato dal Lorenzini non  preciso; pu darsi che lo scrittore si sia fidato della propria memoria, confondendo il titolo francese con quello della versione italiana: Il figlio del carnevale. Storia rimarchevole e sopra tutto vera del signore Pigault-Lebrun, tradotto dall'abate G.G. (Livorno, 1812). Il tabouret  una sorta di piccolo sgabello.

266. L'espressione sul tamburo vale 'immediatamente': A tamburo battente. Immediatamente. Vi d licenza subito, sul tamburo. Il contratto si fece l sul tamburo.
I quattrini gli furono dati sul tamburo (Petrocchi).

267. In realt la tomba di Jean-Jacques Rousseau si trova al Pantheon di Parigi. A Ginevra, nel 1834, fu eretta una statua in suo onore (forse Lorenzini intendeva riferirsi alla casa natale dello scrittore ginevrino).

268. Abbiamo gi esposto le teorie di Gall e le parodie letterarie al suo Sistema (si veda qui la nota 165). Qui, il Conte fa correttamente riferimento alle teorie frenologiche del dottor Gall senza storpiarne il nome.

269. Tutto il brano ha una punta di autobiografismo: Collodi, si  detto, era un accanito giocatore d'azzardo e sicuramente aveva vissuto le stesse sensazioni del giovane, le stesse febbri, gli stessi attimi di panico, e forse era anche finito in ristrettezze economiche (se non proprio in mano agli strozzini). In questa analisi della psicologia del giocatore si nota in filigrana un richiamo alle prime pagine di Pelle di zigrino (1831) di Balzac, laddove il giovane protagonista fa il suo ingresso nella casa da gioco del Palais-Royal.

270. Sarcastico confronto: il Marchesino manca del tutto di coraggio, si butta allo sbaraglio solo sulla spinta dei cattivi consiglieri (un po' come capiter a Pinocchio).
Il coraggioso eroe romano era gi stato citato in RV, XIII (si veda qui RV, nota 104).

271. Il termine crise in francese significa 'crisi', riferita di solito alla crisi economica; ma la parola crise era passata ad indicare la 'crisi di governo': La caduta di un ministero. Crise corta, lunga, difficile, dannosa (Petrocchi).

272. Olimpia Atalanti: il cognome della Marchesa  in chiara correlazione con il suo nome, tutti e due con richiami al mondo classico. In M, Uno scandalo, ritroviamo un'altra Marchesa Olimpia, pi giovane (cfr. Opere, M, p. 856, nota 78).

273. Coonestare: non pop. Scusare con una ragione che non  la vera, far passare per onesto (Petrocchi).

274. Questo nome  stato usato da Lorenzini nelle Memorie di un cane (si veda qui la nota 78): si tratta del nome della cagnetta di cui  innamorato il cane Azor, redattore delle memorie.

275. Questo  il titolo di un celebre romanzo di Balzac, La Recherche de l'Absolu,
pubblicato la prima volta nel 1834 e successivamente, nel 1845, inserito negli Etudes Philosophiques della Comdie Humaine. Lorenzini, che si richiama spesso esplicitamente a Balzac, al suo pensiero e alle sue opere, potrebbe aver letto il romanzo anche nella prima traduzione italiana, curata da Lorenzo Tassi e pubblicata a Milano nel 1837.

276. Su Lovelace si veda qui la nota 23. La metafora  qui attenuata dal termine scapato; infatti, rispetto ai primi giudizi sul Marchesino, abbiamo notato in Collodi una attenuazione del tono di condanna. Un occhio di riguardo, da parte dello scrittore, che induce a riflettere: Non sar troppo azzardato ipotizzare che Collodi si rispecchiasse nel Marchesino per qualche tratto di somiglianza, almeno per quanto riguarda l'esperienza negativa del collegio e le sirene del gioco d'azzardo, che fu per lui un'inguaribile passione. In definitiva, si ha l'impressione che Collodi, una volta che gli abbia fatto toccare il fondo della sua "scapataggine", voglia apprestarsi a condurre il suo Marchesino sulla buona strada. Come, ventitr anni dopo, far con Pinocchio, di cui siamo tentati di scorgere in questo Marchesino una sia pur molto vaga prefigurazione (De Lorenzi, p. 60).

277. Un lapsus linguae, la ricamatrice intendeva dire in primis et ante omnia, "prima di tutto": In primis et ante omnia [scherz. et Antonia] (Petrocchi).

278. Trovarsi tra l'uscio e il muro, o tra l'uscio e l'arca, vale lo stesso che essere fra l'incudine e il martello (Fanfani 1863).

279. Il dettato evangelico  tratto da Matteo 7,7-12: Chiedete e vi sar dato, cercate e troverete, bussate e vi sar aperto.

280. Chiaro riferimento dantesco (Inferno, V, 137): Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse. Galeotto era Galehault, personaggio dei romanzi del ciclo bretone che favor l'amore adulterino tra Ginevra e Lancillotto (e di riflesso quello tra Paolo e Francesca); il nome  dunque divenuto deonimico per indicare il "mezzano d'amori".

281. Odessa, in Ucraina: uno dei maggiori porti sul Mar Nero. La localit sembra scelta per indicare un luogo estremamente lontano; ma proprio negli anni della pubblicazione di MF, Odessa era alle attenzioni delle cronache per i pesanti bombardamenti subiti durante la Guerra di Crimea (1853-56).

282. Aix-la-Chapelle  il nome francese della citt tedesca di Aachen ovvero Aqui-sgrana, nota soprattutto per le sue acque termali.

283. Copialettere o copia-lettere: Registro di lettere che si scrivono, e di cui si vuole tener memoria per gl'interessi occorrenti. Alcuni la riprendono, ma  di uso comune (Fanfani 1863).

284. Briareo, figlio di Urano e Gea, era un mostro della mitologia greca, gigantesco e con cento braccia: Quasi prov., dalle cento braccia del gigante; Un briareo, Chi attende a molte cose di forza e fatica (Tommaseo-Bellini).

285. Questa volta il nome Bifronti suona male agli orecchi del fratello dell'Eccellenza, funzionario pubblico ligio al Governo; il nome dell'avvocato non  gradito per la sua anfibia reputazione, ma questo fatto non fa altro che evidenziare la sua trasparenza onomastica.

286. Essere due anime in un ncciolo: si dice di due intrinsechissimi amici, e che
sono, come altrimenti si dice, una cosa stessa (Fanfani 1863). Anche questa misteriosa Eccellenza e la Principessa sembrano due intrinsechissimi e nel loro dialogo, come ha osservato Daniela Marcheschi, imbastiscono un vero e proprio minuetto {Opere, M, p. 841, nota 39).

287. Modo proverbiale abbastanza diffuso: dicesi per significare che l'indugio  nocivo in una data cosa. E nell'uso comune e lo scrisse il Pananti, Op. 1,385: "Dice il proverbio che le cose lunghe / Diventan serpi: questo nostro affare / Nell'arbitrio del giudice si pose, / N mai si pu vederlo terminare" (Fanfani 1863). I versi del Pananti sono tratti dal Poeta di teatro, canto LXXXIX, vv. 1-4.

288. Le Cascine erano il luogo deputato al passeggio delle carrozze (legni di vettura): la massima aspirazione per chi voleva "apparire" era dunque di esserne a bordo.

289. Accordellato: Trattato e pratiche, pi che segrete, di negozio da concludere. Per es.: E' c' /' accordellato fra loro, e presto si vedranno gli effetti (Fanfani 1863).

290. Fare un casa del diavolo, fare gran romore (Fanfani 1863). Si veda qui RV, nota 62.

291. Caricarsi di legne verdi. Prendersi brighe inutili (Petrocchi).

292. Arruffone: Imbroglione, agitatore; ed anche chi cerca di far novit per pescare nel torbido (Fanfani 1863).

293. Questo vecchio  descritto nella fisionomia, nella psicologia e nei gesti secondo modelli di depravazione umana facilmente riscontrabili in molti personaggi della paraletteratura; per la sua perversione sessuale non pu che essere accostato al terribile Jacques Ferrand dei Misteri di Parigi, che morir ucciso da un eccesso di febbre erotica!

294.  la corretta locuzione che nasce dal confronto naturale (il ramo della vite, una volta reciso, 'lacrima'), ma che ha condotto, per una forma di semplificazione paretimologica, alla locuzione piangere come un vitello (cfr. Pittno 1992, p. 231).
Roberto Randaccio
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Ringraziamenti.
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Nel congedare il lavoro, mi  doveroso ringraziare l'amica Daniela Marcheschi per avermi offerto la possibilit di lavorare al suo fianco in un progetto culturale di tale importanza e di respiro internazionale; con la generosit che la contraddistingue,  stata prodiga di consigli e ha messo a mia disposizione il materiale bibliografico in suo possesso, le informazioni personali e soprattutto la sua esperienza affinch il mio lavoro procedesse sicuro e spedito. Devo inoltre esprimere la mia riconoscenza al dottor Leonardo Lattarulo, che con gentile e preziosa disponibilit ha svolto per mio conto indispensabili ricerche bibliografiche nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Un sentito grazie a Isabella Belcari della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, che ha supervisionato la riproduzione digitale dei testi collodiani, con attenzione e precisione.
Un ringraziamento, ancora, a mia sorella Elisabetta, che mi ha fornito testi preziosi per l'indagine sulla letteratura popolare e sui romanzi d'appendice; e all'amico Enzo Caffarelli, come sempre disponibile e indispensabile con i suoi suggerimenti di onomastica. Mi  doveroso ringraziare sentitamente Silvia Capecchi, che con la sua attenta supervisione e con il suo paziente impegno mi ha aiutato nella revisione e nella cura del testo. Infine un grazie di cuore a Leonardo Casula, che ha avuto la bont, in tutti questi mesi, di sopportare le mie idiosincrasie filologiche aiutandomi con le sue intelligenti osservazioni e sostenendomi con la sua sincera amicizia.
R.R.
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FINE.